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martedì 8 novembre 2022

Mimi Parker - R.I.P.


Parlare dei Low per me significa innanzitutto parlare di un rimpianto, perchè non li ho amati quanto forse avrebbero meritato. La vita è fatta anche di coincidenze musicali. Il primo pezzo che ascoltai di loro fu la cover di Transmission sul tributo ai Joy Division nel 1995, e la trovai curiosa ma nulla di più. Nel frattempo la critica lodava i loro dischi, ma quelle parole non mi conquistavano. Poi nel 2001 comprai Things we lost in fire, lo trovai gradevole ma rimasi un po' deluso. Non toccava le corde giuste della mia anima e pensai che fossero un po' sopravvalutati. Dopo ben 24 anni mi decisi ad approcciare il loro debutto e rimasi sconvolto; se l'avessi ascoltato all'epoca, sarebbero diventati dei miei eroi, una spanna sotto i Red House Painters. Poi passai al secondo, poi al terzo e conobbi il rumore dell'anima che vibrava intensamente in quelle tre opere.

E negli ultimi anni il rinnovamento, un po' forzato ma foriero di sorprese e l'attestazione di un entità che invecchia benissimo. Purtroppo invecchiava. Questi giorni Mimi Parker ci ha lasciato a soli 55 anni, e questo mio (francamente) banale rimpianto lascia spazio ad uno ben più grande: non li ho mai visti dal vivo, sicuramente mi sono perso tanto, fra cui la possibilità di farli entrare definitivamente nel mio cuore, nonostante un repertorio contrastante. La massima solidarietà umana va ad Alan, marito e compagno di una carriera artistica degna del massimo rispetto. Erano unici e lo resteranno. RIP

lunedì 2 maggio 2022

Bruce Anderson R.I.P.


Fra gli effetti collaterali di non essere sempre sui social e di aver disdetto l'abbonamento a Blow Up c'è anche questo: venire a conoscenza di fatti dopo mesi. Ne sono passati poco più di 3 dalla morte di Bruce Anderson, e la cosa mi rattrista, al di là del naturale dispiacere umano, perchè proprio l'anno scorso gli MX-80 erano tornati con un ottimo disco, il suono della sua chitarra è sempre stato qualcosa di unico e confortante, avvolgente per l'anima e le orecchie. Cos'altro posso scrivere oltre al fiume di elogi che ho speso su TM in suo tributo? Soltanto un grande ringraziamento per la sua opera, maledettamente rimasta ignorata ai più, nonostante le dichiarazioni di stima da parte di musicisti stra-famosi.
Come scrisse qualcuno, il più grande chitarrista che non avete mai conosciuto.

giovedì 24 febbraio 2022

R.I.P. Mark Lanegan


Era il 1992, l'esplosione dei Nirvana aveva spaccato il mondo intero ed ero un adolescente affamato di nuove scoperte. Il mio amico Luigi, più grande di me di qualche anno e già bene avvezzo alle musiche d'America, mi passava qualche cassetta sdoppiata, periodicamente. Avevo letto Screaming Trees in qualche lista dei nomi più hype, ed era un nome che mi piaceva tantissimo; gli alberi urlanti, evocava tenebre e thrilling, sembrava differente dagli altri che trasmettevano più sicurezza, come la Gioventù Sonica, il Giardino del Suono. In quella cassetta c'era Sweet Oblivion. Discreto album, pensai, ma nulla per cui impazzire: mi piacque molto Nearly lost you, ma decisi di archiviare e non cercare o richiedere altro. Rispetto agli altri, gli ST mi sembravano più roots-oriented, e quella voce così profonda mi sembrava sprecata, non adattissima al contesto. Era una bella sfida, ma io cercavo altro ed alle mie orecchie il mix non innescava eccitazione.

Molti anni dopo ascoltai le prime cose degli ST e la mia opinione non cambiò un granchè, lasciandomi sostanzialmente indifferente al loro repertorio. Nel frattempo, a fine millennio Mark Lanegan era andato fisso da solo ed aveva guadagnato la notorietà di Blow Up, di cui diventò un idolo regolare, acclamato però quasi più per lo stile che per i risultati strettamente artistici. I suoi primi due album, contemporanei alla carriera in crescendo degli ST, mi erano piaciuti abbastanza e mi sentii incoraggiato ad approfondire, ma non ne ricavai un grande entusiasmo. Stringi stringi, Lanegan sembrava troppo dipendente dai collaboratori di turno e la sua voce era fantastica, ma era un'arma sola e poteva non bastare. Non percepivo autoindulgenza o referenzialità nei suoi lavori, soltanto non mi convincevano appieno (e a tratti mi annoiavano).

Lo lasciai perdere fino al 2018, quando ascoltai incuriosito il With Animals a 4 mani con Duke Garwood. Pensai, dev'essere interessante su un tappeto elettronico. Un altro album discreto e nulla più, e credo di non essermi perso nulla di epocale. Non ce n'è, mi arrendo. Mark Lanegan non mi conquisterà mai, ma forse io non gli ho mai dedicato l'attenzione che avrebbe meritato (così come lui ha dichiarato di non aver mai fatto nulla per la propria voce). Non sono riuscito a vederlo dal vivo ed un po' mi dispiace, perchè a volte vedere la gente live ti fa cambiare opinione (in meglio, ovvio). (Quando venne dalle mie parti, la leggenda narra che si fece mettere le tagliatelle al ragù sulla pizza. Solo un folle o un tossico poteva testare un esperimento del genere).

Oggi lo saluto con il mio pezzo preferito. La retorica non è mai stata il mio forte.

giovedì 28 febbraio 2019

Andy Anderson

A certe cose non ci pensi mai. In questi giorni tiene banco il lutto, molto più circolare, di Mark Hollis, che meriterebbe libri su libri anche soltanto per il suo silenzio. Poi oggi scopro che è venuto a mancare Andy Anderson e penso, diavolo, se non erro è il primo Cure a lasciare questa valle di lacrime. E' con ogni probabilità il più anziano ad aver mai militato (classe 1951), ed era stato in formazione per poco tempo, fra il 1983 e l'84. Entrò ad altezza Lovecats e fu sbattuto fuori durante un tour nell'anno successivo; pare che fosse un bevitore di grande levatura, una notte sradicò un albero (!), aggredì tutti i compagni fisicamente e si chiuse in camera, disseminato di pezzetti di corteccia. La mattina dopo venne svegliato con cautela, non fece storie quando gli venne notificato il licenziamento, e si costruì una carriera di session man di tutto rispetto, includendo Peter Gabriel e Mike Oldfield fra i più famosi.
Era evidentemente un batterista eclettico, l'ideale per la svoltina di Japanese Whispers, con quel suo stile felpato, ritagliato appositamente per Lovecats e Speak My Language, ma in grado di far gran bella figura anche su The Top, caratterizzato da tanti stili per quanto imperfetto fosse quell'album, ed in grado anche di dire la propria su Concert, che metteva in mostra uno stile potente e primitivo, grezzo ed asciutto. Poi era chiaro che qualunque batterista venisse dopo Lol Tolhurst avrebbe avuto vita facile, ma AA aveva il potenziale per ritagliarsi uno spazio duraturo alla corte di Ciccio Smith. Senonchè andò come andò, ed il suo successore Boris Williams non lo fece certo rimpiangere.
Se ne va quindi un personaggio abbastanza marginale della saga quarantennale dei Cure. RIP.