domenica 30 aprile 2017

Scarti Da TM #21

Sophia - As We Make Our Way (Unknown Harbours) (2016): Caro amico Robin, fa sempre piacere ritrovarti, soprattutto dopo 7 anni di silenzio in cui sei anche stato espulso dall'Europa ingiustamente. La tua musica? Beh, sarà difficile trovare nuove motivazioni al di là di quelle interiori. Diciamo che hai fatto di molto meglio in passato. Comunque 6,5/10

Tiny Vipers ‎- Hands Across The Void (2007): Mi chiedevo perchè un disco Sub Pop fosse passato così inosservato; semplicemente perchè è scarso. Voce squillante e chitarra acustica; ballate stentoree, vitali, non letargiche. Uno stile personale ci sarebbe anche, sulla carta, ma le canzoni? Insignificanti. 5/10

Mount Eerie - A Crow Looked At me (2017): Ridimensionamento strutturale per il buon Phil; sembra un vecchio disco di Will Oldham di quelli super-scarnificati, ma senza tanto talento compositivo. Purtroppo il lutto è stato immenso per lui: è venuta a mancargli la moglie. Tanto affetto, Phil. 6,5/10

Mothlite - Máthair EP (2013): Uscita minore al traino di Dark Ages, e ad esso perfettamente allineato. Anche se fossero degli scarti, è sempre un buon elettro-arty-eighties-pop peculiare e bello fresco. Ma resta il sospetto che non ascolteremo mai più qualcosa all'altezza di The flax of reverie. 6,5/10

Public Image Ltd - Live At Manchester 1979-06-18: Appendice della ristampa deluxe dell'anno scorso di Metal Box. Diciamo che c'era da riempire la cofana ed hanno preso la pessima registrazione (una sola, Wobble non si sente) di un pessimo concerto. Forse erano ubriachi per un pubblico ancor più ubriaco. Io, fossi stato presente e sobrio, mi sarei incazzato. 5/10

Red Krayola - Live 1967 (1998): Pubblicata soltanto per la fama immortale dei primi due albums. Più che sperimentazione si trattava di una tortura vera e propria, che diede origine alla leggenda del cane morto. Si potevano tagliare i momenti migliori e condensare qualcosa di valido, invece è una pena interminabile senza capo nè coda. 5/10

FFWD▸▸ ‎- FFWD▸ ▸(1994): Joint-venture fra gli Orb e Bob Fripp nel momento di maggior successo dei primi. Drumless ambient come se le parti fossero intimidite l'una dall'altra, col risultato che non è nè carne nè pesce, e lo sbadiglio è spesso in agguato. Quasi new-age. 6/10

Edgar Broughton Band - Sing Brother Sing (1970): Indecisi fra blues-rock, un salmodiare beefheartiano e un folk da battaglia. Qualche pezzo sfiora l'eccellenza, ma se sono rimasti un po' nel dimenticatoio un motivo ci sarà. Seconda fascia. 6,5/10

Die Tödliche Doris ‎- Unser Debut (1984): Indecifrabile (soprattutto per il recitato in tedesco) dark-electro-cabaret; uscirono dalla stessa scena degli Einsturzende Neubauten, con un approccio beffardo e concettualmente provocatorio. Evidentemente la musica era poco più che un viatico. 6/10

Michel Waisvisz ‎- Crackle (1978): Questo olandese titolo NWW non sfugge ad un destino tristemente comune a quasi tutti gli inventori di strumenti: una fiera delle possibilità armonico-rumoristiche a scapito di qualsiasi visione artistica. Provocatorio quanto si vuole, ma oppressivo come il trapano di un dentista. 5/10

Olivia Block - Heave To (2006): Non la capisco, la fascinosa Olivia. Elettroacustica semi-rumoristica con squarci di silenzio interrogativi. Ma mi sfugge un disegno di fondo. 5/10

Holly Herndon - Platform (2015): Questi sono i dischi che mi fanno sentire vecchio, vecchissimo. Un caleidoscopio di trattamenti vocali, a tratti un po' freddo, ma che sorpassa a destra ogni concetto di hauntologia. Se l'hanno sbandierato un po' tutti qualcosa ci sarà; magari ci arriverò anch'io fra qualche anno. 6,5/10

Sun Kil Moon ‎- Common As Light And Love Are Red Valleys Of Blood (2017): Talmente prolisso e logorroico da ottenere un effetto comico; il vecchio Markone esagera al punto di far ridere. Ma è una risata che fa riflettere, e ci vorrebbe una disquisizione molto lunga sul come e sul perchè. Resta il fatto comunque che questo non è il Markone che amo io. 6/10


Yndi Halda - Under Summer (2016): Come se avessero passato 10 anni senza connessione internet, senza ascoltare dischi nuovi, sotto una campana di vetro. E' un caso interessante quello degli inglesi: diec'anni fa furono una delle tante meteore (peraltro molto buona) dell'epic-instru, ora sono dei reduci a testa alta e petto in fuori. Ma il tempo è scaduto. 5,5/10

Eugenio Finardi ‎- Sugo (1976): Non mi dispiaceva quando avevo 13/14 anni, ma nonostante l'appartenenza ad un'ambito artisticamente rilevante dei '70 (Cramps, Area ed affini) trovo Finardi indisponente e poco gradevole sia come liriche che come musica. Troppo stentoreo ed enfatico. Sugo indigesto. 5/10

Gong - You (1974): Prova incolore, stiracchiata a seguito della magica trilogia. Inciso forse con troppa fretta, o scadenze contrattuali. Ci sono alcune eccellenti gag in stile, ma l'ago pende verso uno space-rock monotono e a tratti persino vanitoso. 6/10

Lucio Dalla - Il giorno aveva 5 teste (1973): Davvero, meglio il Dalla melo-pop di fine anni '70/inizio '80, e non solo per motivi d'infanzia. Il Dalla sperimentale mi lascia l'amaro in bocca, perchè suona inconsistente, forzato, insomma contronatura. Per non parlare dei testi, ermetici senza un criterio. 5/10

Cave - Threace (2013): Temi psycho molto compatti ed ordinati. Vengono in mente i Wet Hair, una delle ciofeche più clamorose del weird-Usa. Indietro tutta? 5/10

Zz Top - Rio Grande Mud (1972): Quello che mi fa incazzare è che hanno ri-registrato gli album negli '80, così gli originali dei '70 non si trovano da nessuna parte. Ma viene il sospetto che non fossero così imprescindibili. 4,5/10

Le Orme ‎- Contrappunti (1974): Le Orme ultra-tecniche non sfuggivano al processo di vanagloria del prog in atto. Troppo cervellotici, questi contrappunti. Risultato? Persa gran parte della poesia. Per non parlare dei testi, troppo cattolici per i miei gusti. 5,5/10

Joy Division - Misplaced (Rare And Unreleased Rehearsals 1977-1980): Siamo a livelli di feticismo al limite della scatologia. E il bello è che li hanno sparsi proprio loro, questi demos registrati coi piedi. 4/10

Amon Düül ‎- Collapsing Singvögel Rückwärts & Co (1969): Documento importante ma passabile; suona esattamente come ci si aspetta che suonasse una comune di sballati tedeschi, all'alba del kraut fenomeno, talmente sballati da poter suonare solo dei tamburi, e per fortuna che c'era qualche anima pia che ogni tanto attaccava la chitarra e graffiava. 6/10

Riccardo Fogli - Matteo (1979): Il disco prog nascosto per vent'anni, la cui pubblicazione fu impedita dalla major di turno, dato che il movimento era bell'e finito. Non è per tutti i palati, è chiaro, ma si dipana con dignità e buoni arrangiamenti. 6/10

Mauro Pelosi ‎- Al Mercato Degli Uomini Piccoli (1973): Un potenzialmente grande cantautore romano, con un album pressochè acustico + set di archi. In certi momenti sembra quasi il Nick Drake o Scott Walker de no' artri. Tutto però penalizzato da un'attitudine esistenziale / pessimistica che sfiora l'autolesionismo, e un po' deprime anch'essa. Tempi migliori? 6,5/10

venerdì 31 marzo 2017

Scarti Da TM #20

Divination - Akasha (1995): Bill Laswell non è un ambientalista e si sente. I suoi immobilismi pulviscolari sono di una noia feroce. Quanto alla parte jungle del disco, non metto becco perchè è un genere che non mi è mai interessato. 5/10

Anathema - The Silent Enigma (1995): La svolta prog-doom, la pompa magna col vento in poppa. Un disco tutto sommato bello ma estenuante, che forse in altri tempi avrei apprezzato maggiormente. Ma diciamo che con il passare degli anni sopporto sempre meno le voci grosse e certe enfasi drammatiche. 6,5/10

Mammoth Weed Wizard Bastard - Noeth Ac Anoeth (2015): Doom ipoteticamente sulla scia dei grandi Windhand, ma è chiaro che occorre ben altra classe. La voce femminile è troppo marginale e non bastano un paio di buone aperture post-goth per rendere sufficente un disco che indugia troppo su riff triti e ritriti. 5,5/10

Roberto Cacciapaglia - Generazioni Del Cielo (1986): Neoclassica moderna da parte del compositore più ricercato dagli spot pubblicitari forse di tutti i tempi. Musica divina, molto corale, suono impeccabile, cura certosina, che ha i pregi e i limiti del caso: grande ispirazione ma anche grandi sbadigli. 6,5/10

Napalm Death - From Enslavement To Obliteration (1988): Difficilissimo ripetersi, dopo la baraonda di Scum. Eppure resta un buon esempio del death-grind primigenio, ancora incontaminato se non vergine. La monotonia fu una brutta bestia da respingere dietro l'angolo col coltello fra i denti. 6,5/10

Elysia Crampton ‎- Elysia Crampton Presents Demon City (2016): Disco dell'anno per Mattioli. Vale più o meno lo stesso discorso di Arca. Ormai sono un vecchio bacucco e non riesco più a farmi conquistare dalle nuove elettroniche. Oppure sono queste stesse che non sono nulla di eccezionale? La risposta al tempo. 6,5/10

Dome - Will You Speak This Word (1982): Quarto ed ultimo di Lewis & Gilbert sotto la cupola Dome, meno eversivo, più sbilanciato con l'elettronica, con qualche tappabuco evitabile. I 18 minuti di To speak però facevano ardere ancora il fuoco della sperimentazione. 6,5/10

Jefferson Airplane - Volunteers (1969): Quanto sono invecchiati i Jefferson. Ci sono alcuni pezzi molto belli, ma quanta polvere su queste melodie....E' il destino di chi ebbe successo, come ha scritto giustamente PS: gli sconosciuti contemporanei avrebbero ricevuto gloria postuma, i Jefferson si godettero il successo immediato. Punti di vista. 6,5/10

Bevis Frond ‎- Miasma (1987): Scadente, scadentissimo garage psichedelico, oltretutto registrato malissimo. Come ha giustamente scritto PS (e dai), Saloman è stato prima di tutto un grande venditore di sè stesso; questa robaccia avrebbe potuto farla più o meno qualsiasi band da garage. 4,5/10

Amedeo Minghi - Amedeo Minghi (1973): Mi è mancato solo il coraggio, ma devo ammettere la mia stima e ammirazione per AM, persino nelle sue pagine di maggior successo. Il debutto era immerso nella sua epoca fino al midollo: pop sinfonico, soft-prog-westcoastiano, folkettoni agresti, di stoffa elegantissima. Metà molto bello, metà ordinario. 7/10 

Yura Yura Teikoku ‎- Hollow Me (2007): Termino qui la mia escursione nel jappo-pop d'avanguardia inneggiato da FS. E' musica raffinata ma al contempo leggermente sbilenca, accattivante ma non ruffiana. Andrebbe benissimo come sottofondo al ristorante, invece delle solite menate. Ma presa da sola, ha grossi limiti. 6/10

Atoll - Musiciens - Magiciens (1974): Vien da pensare che il capolavoro dell'anno successivo fu uno splendido meteorite, vista l'ordinarietà di questo e la delusione cocente del successivo nel '77. Qui siamo in un prog fibrillante e romantico, con le doti tecniche in sfoggio ma con una forma compositiva medio-bassa per il periodo. 6,5/10

Carl Stone - Woo Lae Oak (1983): Animale strano, il minimalismo. Può esaltarmi come deprimermi o farmi incazzare. Questo Stone d'annata purtroppo rientra nella seconda categoria. Non ci ho colto davvero nulla di significativo. Droni screziati da encefalogramma piatto. 5/10

Lou Reed & Metallica ‎- Lulu (2011): Due istituzioni talmente ingessate da annullarsi l'una con l'altra. Un monolite assurdo che si prende a pugni da solo. Forse la comprensione delle liriche, data l'alta incidenza, avrebbe aiutato. Ma è evidente che qualcuno senza coscienza ha permesso impunemente al buon Lu-rìd (r.i.p.), fritto da parecchio tempo, di fare questa puttanata immane. 4/10

martedì 28 febbraio 2017

Scarti Da TM #19

Tortoise ‎- The Catastrophist (2016); Deludente rientro dopo diversi anni di inattività; pochi i momenti veramente interessanti, è una carrellata di manierismo a volte anche extra-tortoisiano, ed è in quei momenti che le cose vanno peggio. 5,5/10

Panna Fredda - Uno (1972): Già il nome del gruppo era scadente. Prog-rock rinascimentale (un sacco di spinette, celeste, clavicembali) con un cantato insopportabile; qualche bello scarto ritmico non basta a salvare dal naufragio dei nomi di serie D del movimento. 5/10

Thegiornalisti - Fuoricampo (2014): Esempio casistico di come non esista più il confine fra underground e mainstream. Pop italiano che si rifà agli anni '80 meno beceri, un concetto che fino a qualche anno fa avremmo obbrobriato, ma che si rivaluta in maniera misteriosa. Alcuni pezzi sono coinvolgenti. Di un onestà indiscutibile. Ma andiamo, Blow Up....6/10

Police - Synchronicity (1983); Avevo letto che è il migliore della discografia, ma anche no. Alcuni pezzi conservavano un residuo di tensione ritmica avvincente, ma alla fine il migliore è Every breath you take e le stucchevolezze fanno cascare le braccia. Giusto lo scioglimento. 5/10

Volcano The Bear ‎- The Idea Of Wood (2003): Il disco più "residentsiano" dei VTB, un po' Eskimo e un po' Not Available: proprio per questo inferiore agli altri, perchè meno personale. Pochi i lampi di genio dadaista che hanno saputo raggiungere in seguito. 6/10

Mountain Goats - Nothing For Juice (1996): Folk acustico countryeggiante, fatto di quelle melodie tipicamente yankee vecchie come il cucco. Insopportabile. 4/10

Killing Joke - Fire Dances (1983): Tanto efficace quanto monocromatico, efferato quanto ripetitivo. Qui avevano raggiunto la perfezione esecutiva ma non c'erano quasi più emozioni che sarebbero paradossalmente arrivate col successivo, molto più pop. Voto incerto, quindi. 6/10

Cows - Daddy Has A Tail (1989): Madonna quanto mi pesa la produzione iper-compressa delle cose Amphetamine Reptile e dintorni fine anni '80. Mi è quasi insopportabile al punto che persino un disco così gasato e perverso come uno dei primi Cows mi esce ridimensionato. 6,5/10

Red Krayola - Hazel (1996): Ritenuto il colpo di coda di Mayo Thompson dai tempi di Soldier Talk, è in effetti un buon compendio di stranezze nel suo classico stile, ma risente un po' troppo della presenza di Grubbs e O'Rourke che tentacolarizzano produzione e suoni. Per questo alla fine è un po' impersonale, quasi da gruppo. 6,5/10

Shintaro Sakamoto - Love If Possible (2016): Lussureggiante tavolozza di pop, reggae, lounge e funk curato e straniante in quanto nipponico. Non si può negare la cura e la ricerca delle soluzioni melodiche, ma per me è un po' troppo ammiccante. 6/10

Dos - Uno Con Dos (1991): Sono un bassista ed amo tanto il mio strumento, ma questi coniugi bassisti (Watt e la Rossler) erano moooolto pretenziosi nel pubblicare musica per due bassi e nient'altro. Per quanto sia fondamentale nell'economia di gruppo, il 4 corde da solo non può stare in piedi. Poche discussioni. Una palla non indifferente. 5/10

Felt - Forever Breathes The Lonely Word (1986): Il primo disco senza Deebank, ma per quanto non si senta da matti fu anche la svolta "professionale" negli arrangiamenti, nonostante l'animo incompromissorio di Lawrence. Ben poche le canzoni memorabili ed una solarità eccessiva stride con l'anima intensa di Felt. Passabile. 6/10

Tim Buckley - Lady, Give Me Your Key (2016-1967): Per i 50 anni dell'esordio del divino, escono provini acustici in solitaria fra di esso e G&H. Poca roba, che poteva anche starsene nei cassetti. Gli inediti restarono tali per buoni motivi di selezione. Le conosciute non aggiungono nulla. Vale giusto un po' per The Voice, ma l'operazione è un fondello inopportuno. 5,5/10

Projekt Transmit - Projekt Transmit (2009): Il supremo Tony Buck dei Necks in un progetto solista, che lo vede armeggiare una chitarra shoenoisegaze oltre a pestare su groove boombastici attorno all'alternative anni '90. Troppo monotono senza un ossessione di fondo. A volte persino ruffiano. E poi mettersi a cantare, Tony...Dai. 5/10

Sumac - What One Becomes (2016): Cosa diventa uno. Aaron Turner, dopo tanti progetti e collaborazioni, lancia il suo vero nuovo gruppo. Sarà vero? Speriamo di no, altrimenti la bottega creativa si è chiusa. Blocco math-metal che va a parare da tante parti ma finisce per farsi (e fare) venire il mal di testa. E poi i growls, Aaron...Dai. 5/10

Willard Grant Conspiracy - Let It Roll (2006): Una delle piccole istituzioni alt-country uscite negli anni '90. Un disco come tanti, tantissimi. Stile e cura, voce da crooner, due-tre pezzi buoni su 10. Troppo poco. Ma Fisher è morto poco tempo fa e dobbiamo ricordarlo con stima e rispetto. 6/10

Arca - Xen (2014): Acclamatissimo disco di new-electronica scintillante e variopinto. Non c'è dubbio che sia il frutto di un lavoro studiato e certosino, ma che sostanzialmente mi lascia un po' freddo. Colpa mia che non so captare gli elementi innovativi? Forse. 6/10

martedì 31 gennaio 2017

Scarti Da TM #18

IHVHLXXII - Dtxenioutha (2003): Dark-ambient dalla Cina. L'effetto curiosità cessa dopo un solo ascolto: sì, è dark-ambient ma dall'encefalogramma piatto. Non succede praticamente nulla. Gli standard del genere richiedono ben altro per l'annoverazione. 4,5/10

Nadja - When I See The Sun Always Shines On TV (2009): Disco di covers illustri (Codeine, Cure, Swans, etc), tutte passate al trattamento doom-gaze tipico di Baker. L'effetto è peggiorativo, perchè nella sua musica la composizione è l'elemento meno importante. E curiosamente la migliore è degli Slayer, perchè tira fuori una cattiveria sconosciuta. 5,5/10

Demdike Stare - Elemental (2012): Non riesco a capire tutto l'entusiasmo critico nei confronti dei DS. Elettronica impetuosa, certo, con gran bel suono, avanguardistica, ma la sostanza dove sta? Non è detto che la musica senza cuore non vada bene, anzi...Semplicemente non ci trovo nulla di strepitoso. 6/10

Cornucopia - Full Horn (1973): Pochissimi progsters, forse nessuno, ha riscosso riscontri artistici notevoli in Germania. Non fece eccezione questo ottetto, che pure pestava sui lati più contorti e complicati di un suono denso e ben orchestrato, ma mai veramente memorabile. 6,5/10

Moving Gelatine Plates - Moving Gelatine Plates (1971): Prog francese abbastanza puntuale ma non molto avanguardistico per il 1971. Gli scenari si alternano con maestria, molto buone le parti chitarristiche e la ritmica. Ma non giustifica l'inserimento nella NWW, di cui resta un nome tutto sommato minore. 6,5/10

Blue Effect ‎- Nová Syntéza - New Synthesis (1971): Deludente replica un anno dopo Conjuncto. Qui siamo in un'area jazz-big-band tronfia e scontata, e persino gli assoli di chitarra del leader suonano scarichi nella sua bluesaggine stantia. Pessimo. 5/10.

David Sylvian - Live 1988 Nakano Sun Plaza Hall (Tokyo 1988-04-12); Tempo fa parlai di un altro live nipponico dei tempi d'oro, e mi piaciucchiò, ma non replicava la magia in studio. Questo non mi fa cambiare idea: tutto troppo perfetto, i musicisti si specchiano narcisi, le versioni non cambiano di una virgola. 6,5/10

Black Dirt Oak - Wawayanda Patent (2013): Progetto di tal Steve Gunn, chitarrista americano solitamente dedito ad un alt-indie-country con altri gruppi. Questo è un pregevole fingerpicking mistico, odorante incenso ed India, che funziona persino meglio quando supportato da una sezione ritmica. Etno-country? 7/10

Books - The Lemon of Pink (2003): Il tripudio della folk-tronica, in un disco incensatissimo dalla stampa. Non nego che le sonorità siano curiose e l'effetto sia straniante, ma il complesso mi lascia abbastanza indifferente e l'autoindulgenza trasuda da tutti i pori. 6/10

Van Der Graaf Generator - Do Not Disturb (2016): Sufficienza risicata per l'ultimo disco dei miei supereroi, a malincuore ma purtroppo non posso far finta di niente. Spero di riuscire a vederli live un'ultima volta prima del ritiro definitivo, perchè forse la vena creativa si è definitivamente chiusa e la stanchezza è fin troppo palpabile. 6/10

Get Up Kids - Something To Write Home About (1999): Mezzo voto in più per il rispetto che nutro per FF di Bastonate, che lo ritiene una pietra miliare del power-indie-pop. Per me è un disastro di pezzi melodico-testosteronizzati con le chitarre del punk, le voci adolescenziali sempre uguali ed una ovvietà imbarazzante. 4,5/10

Iceage ‎- Plowing Into The Field Of Love (2014): Improvvisa mutazione per il gruppo di punta dell'indie-punk danese: si sono trasformati in epigoni di Nick Cave e Gun Club. Ed alla fine il risultato è persino gradevole, perchè il cantante fa una specie di pantomima grottesca che è quasi irresistibile. Ed alcuni pezzi sono anche buoni. 6,5/10

Matt Elliott - The Mess We Made (2003): Ci ho messo la buona volontà, insomma, ci ho riprovato ma con Elliott non vado d'accordo. Mi annoia a morte, mi sembra come uno che voglia sfidare i Black Heart Procession, ovvero Davide contro Golia, e non c'è scampo. 5/10

Afterhours - Folfiri O Folfox (2016): Difficile definire "ostico" o "sperimentale" un disco per un paio di stranezze, qualche ritmo storto, qualche dissonanza di chitarra, qualche ronzio atonale di violino. Il problema è che gli ultimi 3 dischi degli Afterhours vengono immancabilmente accolti come tali, ed invece altro non sono che pop-rock che ripete un modello stantio. 5/10

sabato 31 dicembre 2016

Scarti Da TM #17

Bron Y Aur - Between 13 & 16 (2001): 6/10 Carriera altalenante, quella degli enigmatici milanesi. Questo, il secondo, è una rassegna di impro per avant-rock un po' louisvilliano un po' algebrato-free-jazz-astratto. Non tutte le ciambelle escono col buco; sfocato. 6/10

Duster - Stratosphere (1998): Indie-rock mid-tempo che nei momenti migliori sembra quasi addirittura anticipare Death Cab For Cutie e Pinback, senza però il relativo talento compositivo, senza una registrazione degna di essere chiamata tale, e con una scaletta troppo lunga e monocromatica per nascondere qualche carenza. Però 6,5/10

Augustus Pablo ‎- East Of The River Nile (1978): Massimo rispetto, sempre, per uno dei padri del dub. Le mie tracce preferite ovviamente sono quelle meno melodiche, più riverberate, meno solari. Grosso modo una metà del disco, che è comunque godibilissimo e adatto ad sottofondo rilassante, diverso dai miei standard. 7/10

mercoledì 30 novembre 2016

Scarti Da TM #16

Magic Muscle ‎- The Pipe, The Roar, The Grid (1988): Ma quali figli degli Hawkwind. Se non pubblicarono nulla in vita, c'era anche un motivo. Non tutti sono stati colpiti dalla sfortuna a fine anni '60, e forse i MM non meritavano una pubblicazione. Blues-rock appena appena modernizzato per i tempi, ma senza talento. 5/10

Thurston Moore - Psychic Hearts (1995): C'era una tale reverenza nei confronti dei SY che le lodi si sperticarono persino per questo solo di Moore, che a me sembra più una raccolta di scarti dei SY che un espressione solista. D'altra parte gli ingredienti erano sempre quelli, ma senza il contributo dei compagni. Che contavano, oh che contavano. 5/10

VV.AA. - Criminale Vol.4 - Violenza! (2015): Di gran lunga inferiore ai volumi precedenti, ma non per demeriti oggettivi; semplicemente contiene un easy listening / funky / exotica che non mi sfagiola assai, pur essendo un genuinissimo prodotto italico di anni d'oro. Insomma, di violenza ce n'è ben poca. 6/10

Dissolve - Third Album For The Sun (1997): Psichedelia letargica, quasi del tutto priva di ogni percussione. Non dico anni luce dalla classe cristallina dei Labradford, ma qualche km sì. 6,5/10

Breeders - Pod (1990): La Deal ad un'altra prova fuori dai Pixies. Indie-pop variopinto ed angolare, buon sangue non mentiva ma il suono è invecchiato maluccio e Frank Black era un marpione con facoltà di scelta molto ben oculata. 6/10

Jacques Thollot ‎- Quand Le Son Devient Aigu, Jeter La Girafe À La Mer (1971): Batterista jazz francese, in completa solitudine, per fortuna suonava anche il piano e bene. Al netto dei pallosi assoli di tamburi, un po' troppo dadaista e gigione per farsi apprezzare. I pezzi migliori infatti sono covers. 6/10

Baciamibartali ‎- The Mournful Gloom EP (1984): Con un nome così ridicolo non avrebbero potuto fare tanta strada, eppure facevano della new-wave raffinatissima, di chiara estrazione british, non troppo originale (qualche influenza Japan in rilievo, soprattutto il basso) ma molto curata e gradevole, voce a parte che forse era l'anello debole. 6,5/10

Eitzel Ordeal - The Konk Sessions (2013): Live in studio con la formazione che lo accompagnò nel tour europeo. Grande enfasi sul pianoforte, versioni alternative (alcune azzeccate, altre no), un po' di ubriacatura nelle tre bonus track realmente dal vivo. Anche in un prodotto in tono minore in quanto autoprodotto, The Voice è sempre The Voice. 7/10

French Radio - Elements (2006): Ennesimo progetto di Bruce Anderson, qui in trio con un nastrista ed un rumorista elettronico. Solita risonanza carbonara e cd-r. Suono sulfureo e statico, col maestro un po' in sordina, concentrato su un minimalismo estremo. Alla lunga il fascino fuoriesce, ma è chiaro che è un prodotto minore. 6,5/10

David Crosby - If I Could Only Remember My Name (1971): Non è proprio il mio pane, il west-coast-country-pop di CSN, neppure quando si era aggiunto Nellone. Eppure bisogna ammettere che questo decantatissimo è davvero bello, pastorale il giusto che aggira ogni smanceria o eccessi zuccherosi. Certo, non una pietra miliare ma umile ed ispirato. 7/10

Guapo - Black Oni (2005): Replica sbiadita di quel temibile Five Suns che solo l'anno prima li aveva portati alla ribalta. Certo, la costanza non è mai stato il punto forte  dei Guapo. L'ossessività può essere un'arma a doppio taglio, ed in questo disco è equivalsa un po' alla monotonia. 6/10

Gnu - Suro (2003): Jazz-rock di razza, a metà fra Soft Machine e Tortoise, suonato con guanti bianchi ma non troppo pulito per infastidire. Vale un discreto ascolto, ma nulla di eccezionale. Quasi strano che siano giapponesi. 6,5/10

Neurosis - Enemy of the Sun (1993): Niente da fare, non li digerisco, con tutta la buona volontà. Non nego la rilevanza, certo. Ma non fanno per me, troppa enfasi, troppo dramma, troppo di tutto. 5/10

Nadja & Uochi Toki ‎- Cystema Solari (2014); Non funziona, l'esperimento del dream-drone-metal di Baker con il rapping dei friulani, in sostanza perchè le due cose cozzano e non si amalgamano in qualcosa di significativo. 5/10

Cat Stevens - Teaser And The Firecat (1971): Mai stato un fan di CS, anche se ho apprezzato timidamente i suoi principali hits. Questo disco però devo ammettere che fu in larga parte molto bello, con i suoi limiti (qualche faciloneria, perdonabile peraltro) e i suoi pregi (gli arrangiamenti essenziali e qualche canzone da ricordare). 7/10

Henry Kaiser - Those Who Know History Are Doomed To Repeat It (1988): Inqualificabile accozzaglia di covers fra country, psichedelia plasticata e presunte stranezze che manco ti si alza il sopracciglio. Inspiegabile che Ginn pubblicasse questa robaccia su SST. 4/10

lunedì 31 ottobre 2016

Scarti Da TM #15

Rollo - Pinhole (2007): Progetto solista del batterista dei Boris, in tutta franchezza inaspettato perchè a tratti si sente qualche tratto caratteristico del trio. Un disco dimesso, svanito e polveroso. Psych-folk registrato con approssimazione, con buoni frangenti ma che risente dell'evidente precarietà. Comunque discreto. 6,5/10

F.A.R. - Presto i topi verranno a cercarci (1987): Industrial paradossale da teatro di macelleria, che probabilmente ai tempi poteva sembrare persino temibile, almeno in Italia. Il tempo non gli rende molta giustizia, vista anche la pessima registrazione, ma se non altro era da applaudire per il coraggio. 6,5/10

Santandrea - Ricordi e sogni del mio vescovo (1985): Curioso mix fra opera, pop, teatralità, tradizione ed elettronica. Ne fuoriusciva una specie di vaudeville sintetico che se non altro coglieva l'attenzione per l'originalità. Ma manca l'amalgama e le ripetute concessioni alla stucchevolezza rovinano tutto. 5/10

Dream Syndicate - The Medicine Show (1984): Decisamente non per me, e spiace per l'aurea di pietra miliare che si porta dietro. Rockaccio che vorrebbe essere rustico-stradaiolo ma è talmente insipido e registrato con le peggiori tecniche '80 che non riesco ad arrivare alla fine. 4/10

K. Leimer - 2014 A Period Of Review (Original Recordings- 1975 - 1983): Elettronica vintage applicata alla library o al synth-pop, da parte di uno statunitense ritenuto pioniere di certe cose. E' un antologia lunghissima e risente sia di disomogeneità che di stucchevolezze. Quasi sicuro che non andrò a cercare i suoi album. 5,5/10

Pere Ubu ‎- 2015 The Pere Ubu Moon Unit: Ultima incarnazione per un live forse all'insegna dell'improvvisazione. I vecchi fuochi dell'avanguardia si sentono ancora, ma una gigantesca autoindulgenza generale mitiga l'effetto che probabilmente fanno dal vero, altrimenti dubito che Thomas lo avesse voluto pubblicare. 6,5/10

Hammerhead - Into the Vortex (1994): Dopo un debutto fulminante nel firmamento noise-rock, ripulivano ed irrobustivano il suono; l'equivalente di un sell-out. Intendiamoci, erano ancora cazzutissimi ma i Melvins li sapevano fare solo i Melvins. 6/10

Jack Or Jive - Mujyo (1992): I campioni nipponici del gothic-dream-pop che più euro non si può. Hanno fatto di meglio in altri dischi. Una produzione un po' troppo gonfiata ed enfatica non giovava ad un disco comunque pieno di belle atmosfere. 6,5/10

Giorgio Carnini - Trait D'Union (1977): Scordiamoci Zanagoria ed il suo killer di un lustro prima. Il Carnini incravattato di questa library è un altro signore, che denota maestria da vendere in una pseudo-soundtrack da film melodrammatico all'italiana, con suoni piuttosto alla moda (il basso flanger). Gradevole ma di secondo piano. 6,5/10

Loren Mazzacane & Suzanne Langille - Come Night (1991): Uno dei preferiti di SIB. Chitarrista sui generis, dallo stile personale, qui con una vocalist, qualche colpo di batteria e qualche borbottio di sax. Una specie di jazz-blues rarefatto, dai ritmi anemici, dai vuoti assordanti, con questa chitarra in perenne vibrazione. Noia, noia, noia. Noia e basta 5/10

Aurora Lunare - Live la Goldonetta (1980): Bootleg di un collettivo fuori tempo massimo. Un prog-pop particolare, con una componente percussiva preponderante (tribal-prog?). Le inclinazioni teatrali e le stucchevolezze però rovinano quanto di interessante sembrerebbe emergere. Niente paura, di Locanda Delle Fate ce n'è stata solo una. 5,5/10

Membranes - Kiss Ass... Godhead! (1988): Non riesco a spiegarmi la reverenza nei confronti dei Membranes. Fall? Ma quando mai. Noise-rock? A volte sì, ma dozzinale, sguaiato e senza cattiveria. A me sembra più un pub-punk per ubriachi. 5,5/10

Akron⁄Family - Love Is Simple (2007): La voglia di strafare, quanti danni che fa. L'entusiasmo che susciterebbe il secondo degli A/F viene così annacquato drasticamente, da un eclettismo esagerato e da una dispersione allagante. 6/10

Cowboy Junkies - The Trinity Sessions (1988): Lessi, tanto tempo fa, non ricordo dove, che era stato un anticipatore dello slow-core. Stronzata. Questo è country lambiccato, patinato, da club ingioiellato, mal mascherato da folk rurale. Vade retro 4/10

Steve Kilbey & Russell P. Kilbey ‎- Gilt Trip (1997): Il cantante dei Church insieme al fratello, in preda a delle visioni new-age cinematiche. Velleità che, man mano che il disco scorre, si spengono sempre più in un manierismo peraltro troppo serioso. Non era decisamente il suo habitat ideale. 5/10

Aural Fit - 2008 II: Di gran lunga inferiore a quel Mobumuso che due anni dopo li ha resi paladini di un nippo-psycho-noise pantagruelico. Questo è un harsh che guarda all'America con condiscendenza, di media qualità. 6/10

Metamorfosi - La Chiesa Delle Stelle – Live In Rome 2004: La reunion in occasione del freddino Paradiso, in verità un ritorno che fece un po' sbottare ma non ci aspettavamo miracoli. Registrato in una chiesa, con gli evidenti limiti del caso in fatto di suono: aggravante, nessun estratto da Inferno. Eppure è discreto, e si lascia ascoltare bene fino alla fine. 6/10