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mercoledì 30 novembre 2022

Scarti da TM #80


Mathians ‎- Mathians Vol. 1 (2020): Ricordo una review entusiastica su Blow Up, che forse parlava di doom d'avanguardia, sperimentale. Si tratta di registrazioni curiosamente di un decennio prima dell'uscita da parte di un gruppo italiano poi dissoltosi. E non è poi tutta questa avanguardia, è uno sludge-doom dalle parti degli Electric Wizard con qualche inserto interessante, fatto bene, registrato benissimo, ma nulla per cui gasarsi. 6/10

Marlene Kuntz - Io Sono Vera (2022): Sono molti anni ormai che non ascolto più i Marlene, o che non li ascolto con attenzione, nonostante abbia sempre grande stima e rispetto per la loro storicità. La cosa della colonna sonora mi incuriosiva, ma non regala nessuna sorpresa, anzi solo scontate sonorità post-rock e qualche ballad agreste senza nerbo. E' una di quelle soundtrack che da sole non stanno molto in piedi. 5,5/10

Anathema - A Natural Disaster (2003): Una metamorfosi quasi kafkiana, quella degli inglesi. Dal doom gutturale all'emo-progressivo del disco del 2014 che ho apprezzato, nel mezzo possono esserci state tante cose, e non dev'essere stato facile. Questo infatti fu un pastone di tante cose, tanto barocco, tanta passione ed enfasi, tanto talento sprecato. Estenuante e fuori fuoco. 5/10

Alvvays - Blue Rev (2022): Quello che è uno dei gruppi più hyped in questo periodo a mio avviso è molto overrated. Un indie-pop con qualche venatura wave, una cantante con un bel timbro ma inesorabilmente monodimensionale, 14 pezzi che alla fine te ne restano in mente un paio. A tagliare il disco a metà ne sarebbe venuto un più che buon EP.  6/10

Zoogz Rift ‎- Torment (1989): Troppi, troppi dischi fece ZR nella seconda metà degli '80. Certo la maggior parte furono buoni se non eccellenti, ma fu un rilascio eccessivo, considerando i tempi poi. Questo non è certo cattivo e la classe è sempre limpida, ma sembra un rimasticamento dei precedenti. 6,5/10

Friendsound - Joyride (1969): Collettivo statunitense dedito ad una psichedelia free-form, con dei passaggi interessanti fra Amon Duul II e addirittura i Pink Floyd coevi, ma sconclusionato ed evidentemente fatto in fretta e furia e con una certa sciatteria. Un'occasione persa, e anche grossa. 6/10

Bell Gardens - Full Sundown Assembly (2012): Gibson dei Furry Things + McBride degli Stars Of The Lid in un tripudio coloratissimo di vintage-chamber-pop alla Van Dyke Parks o giù di lì. Diciamo che per la maggior parte del tempo sembra prevalere il trip del primo rispetto alle atmosfere del secondo, e non è un bene. Caramello ovunque, a parte certi passaggi molto ispirati che in effetti sembrano farina del sacco di quest'ultimo. Un occasione persa. 6/10

VV.AA. - 100 Tears - A Tribute To The Cure (1997): Me li ascolto tutti i tributi ai Cure, perchè magari 1 su 100 può essere memorabile e allora vale la pena scandagliare. Questo fu fatto da una pattuglia di darkoni modaioli dell'epoca, pseudo-cloni dei NIN, che vestirono gli hits dei Cure con un'armatura cyber-punk a dir poco ridicola ed ovviamente, del tutto fuori luogo.  4,5/10

VV.AA. - Fictional - A Tribute To The Cure (1995): Questo è persino peggio, contenente riletture in chiave elettronica, ai confini con la techno-trance, qualcosa che ovviamente snatura la statura dei pezzi. 4/10

lunedì 31 ottobre 2022

Scarti da TM #79



Faust - Punkt. (Cd 5 1971-1974): Registrazioni del 1974 diseppellite per il box celebrativo del 2021 che ha celebrato i primi storici album. Siamo ai limiti del feticismo, anche se la lungimiranza resta inenarrabile. Sono sostanzialmente delle prove, col gruppo ai limiti dello split. Diciamo che poteva essere la genesi di un altro grande capolavoro. Non andò così. 6/10

For Against - Shelf Life (1997): Forse l'unico passo falso in carriera per i For Against, un disco jingle-jangle senza la profondità e la freschezza di Aperture, con tante melodie spleen-pop ma con un sostanziale appiattimento della proposta. 6/10

Giganti - Terra In Bocca (Poesia Di Un Delitto) (1971): Avevo dei sospetti. Un gruppo con un nome così poco esaltante, che rievocava l'epoca beat, ma autore di uno dei primi dischi prog in Italia, ed anche abbastanza celebrato, da finire in una classifica di Zuffanti. Ma non è che se c'è una tonnellata di mellotron, dei ritmi convulsi e qualche graffiata è sufficente. Qui è la vocalità a rovinare tutto, così sboccatamente ereditiera dell'epoca beat (appunto), che fa a pugni col progressive. Un disco da Circolo Arci pseudo-intellettualoide, fra l'altro registrato anche male. 5/10

David Sylvian - Playing The Schoolhouse EP (2015): Un quarto d'ora di impalpabili suoni concreti registrati in una scuola in Norvegia. Va bene tutta la concettualità ed il non ripetersi mai e lo spirito nomade e tutto il resto, ma suvvia.....questo è anche troppo. 5/10

Rhodri Davies & David Sylvian & Mark Wastell ‎- There Is No Love (2017): Mezz'ora di impalpabili suoni concreti e audio-ronzii su cui Sylvian recita un pigro monologo. Non va bene niente, perchè da Sylvian ci aspettiamo molto, ma molto di più musicale. 5/10

Helios Creed - Nugg The Transport (1996): Significativo, il primo album di HC dopo la morte di DE. Ma non cambiò un granchè; qualche sfuriata cyber-punk, qualche escursione sintetica alla Hawkwind, tanto divagare ed un po' di noia (tanta).  6/10

Steve Hillage - L (1976): Al secondo album da solista, l'ex Gong perdeva freschezza e spontaneità che avevano stupito nel Fish Rising dell'anno prima. Qualche smania da guitar-hero, una produzione un po' tronfia (Rundgren, guarda caso), atmosfere west-coastiane, incensi indiani, insomma, tanta carne al fuoco ma poco memorabile. 6/10

Japan - Assemblage (1981): I Japan sono stati uno dei gruppi più sfruttati della storia, prova ne è l'enorme numero di compilation che si sono riversate sul mercato, quasi tutte per imbrogliare la gente. La Hansa li ebbe sotto contratto per i primi 3 album e non fu da meno. Questa è la meno truffaldina, con qualche singolo extra-album. Presa per come è, non è il diavolo: il meno peggio del glam degli esordi e ben più della premessa di un radioso futuro. 6,5/10

Old Saw - Country Tropics (2021): Ohms dal deserto. Una lunga contemplazione alt-country-raga in 4 movimenti per slide e strumenti affini, giustamente descritta da PS come una versione polifonica di John Fahey. C'è un lavoro certosino dietro ma provoca tanti, tanti sbadigli. 5,5/10

Organum - Sanctus (2006): Dalla svolta ecclesiastica di David Jackman, 40 minuti di drone celestiale con una nota di piano stentorea messa a scadenza regolare. La beffa è che è divisa in 4 movimenti di uguale durata, ed all'inizio di ciascuno dei 3 successivi al primo ci si aspetta che cambi qualcosa....e invece no. Bel suono, eh, ma tanti sbadigli. 5/10

Landings - Oceanless (2001): Dallo Utah, un duo misto di veterani in giro da oltre 20 anni sulla scia dei nobili psych-shoegazers dei '90 (Flying Saucer Attack, Labradford e affini). Nonostante i suoni siano belli espansi ed ovattati come da protocollo, sono terribilmente privi di talento e la durata del disco è inconsolabilmente infinita. Se la Kranky non li ha mai presi un motivo c'è stato. 5/10

La Nòvia - Maintes Fois (2020): Ensemble folk-cameristico francese, guidato dal girondista Gourdon. L'ispirazione è chiaramente Lamonte Young, con un crescendo minimalista più che altro basato sulle stratificazioni di violino, cornamuse e chitarra elettrica. Il giudizio dipende dallo stato d'animo, ma non è detto che anni fa potesse piacermi.  6/10

venerdì 30 settembre 2022

Scarti da TM #78


Ūrok - Ūrok (2019): Noise-jazz-metal da parte di un trio di base a Londra, guidato da un batterista di nome Marco Quarantotto, che sembrerebbe uno del Triveneto ma in realtà viene dato come croato. Una mistura interessante, più sbilanciata sul metal che sul jazz, che per alcuni versi richiama i Naked City più contaminati. Qualche sbrodolatura di troppo si sarebbe potuta mondare. 6,5/10

Earth - Earth 2 - Special Low Frequency Version (1993): Va benissimo la funzione storica, l'intuizione geniale e la seminalità, ma 2 resta un mattone che mi è un po' difficile assimilare, digerire e soprattutto ascoltare tutto d'un fiato. Va bene il microscopio ed il concetto, il risultato finale meno. 6/10

Electric Wizard - Come My Fanatics (1997): Il tempo fa sempre giustizia, ed oggi lo stoner-doom degli EW non appare più quel mostro che incuteva timore 25 anni fa. Colpa sicuramente della produzione, troppo compressa e con una batteria criminalmente racchiusa, perchè il disco in sè racchiudeva i migliori luoghi comuni del genere, ma diciamocelo, la classe stava altrove. 6/10

Pedro The Lion - The Only Reason I Feel Secure (1999): Era da 20 anni o forse più che non ascoltavo PTL, da quando mi scottai per aver acquistato un suo cd che mi deluse non poco. Questo è cantautorato spleen-agreste ma anche un po' ruffianello, ad uso e consumo degli hipster dell'epoca, oggi non saprei. Certo che se è rimasto un nome di serie B/C un motivo ci sarà. 5/10

Alvaro - Drinkin My Own Sperm (1977): Pianista cileno indeciso fra latino-americana, folk-prog sbilenco e filastrocche ad altissimo tasso etilico-politico. Spicca l'ottima Palido Sol come esempio di ciò che sarebbe potuto essere con un po' più di impegno e sobrietà. Il resto è quasi tutto da farsi 2 risate. 5/10

Horrific Child - L'etrange Mr. Whinster (1976): Non-sense, psichedelia, progressive simil-Goblin, teatro, concretismo, horror (per l'appunto), tutto frullato follemente e senza costrutto da parte di un battitore libero francese, uno di quelli che è salito sul carrozzone del momento senza tanti scrupoli, così come a sprecare i buoni spunti ivi presenti per produrre un pastone inestricabile. 5,5/10

Anton Bruhin - Von Goldabfischer (1970): La prima cosa che esce googlando lo svizzero Bruhin è la qualifica "pittore". Non che fare pittura pregiudichi il fare musica, ed infatti ha proseguito parallelamente entrambe le attività. Ma questo sghembità dada-surreal-etno-folk non ha niente di geniale. E' solo una noia incontrastabile. 5/10

Tony Oxley - Tony Oxley (1975): Batterista free-jazz inglese alle prese con un'avanguardia concreta quasi interamente solista, senza disdegnare qualche puntata di gruppo in stile. Un disco molto pesante, complice forse anche la lunghezza quasi improba per sonorità di questo tipo. 6/10

Operation Rhino - Fête De Politique Hebdo Lyon 76 (1976): Free-big band-jazz francese, live e tonfante, con fiati e batteria ampiamente sopra tutto il resto, che avrebbe meritato una migliore registrazione. Un disco molto impegnativo, che osa parecchio e non sempre rosica. 6,5/10

Mahjun - Mahjun I + II (1973-74): Band francese dedita ad un interessante ibrido di dandy-rock alla Kevin Ayers, oktoberfest-core, acid-rock, hard-rock, sarabande pseudo-jazz, etc. Un po' troppo, decisamente, ma l'esuberanza collettiva è tangibile. Forse il limite più grande paradossalmente è la lunghezza perchè effettivamente sono due dischi e ci si perde in un nulla. Ma nella List è censito così, chissà perchè.... 6,5/10

mercoledì 31 agosto 2022

Scarti da TM #77


Waller Michael Vincent - Trajectories (2017): Pianista di scuola classica, compositore austero di grande stoffa, di quelli che si fanno registrare il disco da altri. Talune sonate sono assolutamente notevoli, peccato che il disco sia davvero troppo lungo per tenere desta l'attenzione, persino quando si fa accompagnare da un dolente cello. E resta il sentore di un distacco emotivo, di un formalismo eccessivo. In tal campo Anthony Saggers gli ha dato un bel po' di punti. 6,5/10

domenica 31 luglio 2022

Scarti da TM #76


Rollerball - Garlic (1997): L'esordio dei Rollerball, drammaticamente diverso dalle diverse cose belle che realizzarono da 2-3 anni dopo in poi. Trattavasi di un disco un po' involuto di sostanziale post-punk con qualche divagazione art-psych, ma di acerbità ed eccessiva diluizione. Con un'adeguata sintesi si sarebbe potuto un buon EP. 6/10

Trans Am - Surrender to the night (1997): Secondo di transizione per i TA, che ancora giovanissimi si inerpicavano verso nuovi obiettivi. L'ha scritta perfettamente PS: è un disco dal potenziale enorme e dallo stile avventuroso, ma che pecca di finalizzazione ed alla fine sembra più un catalogo delle possibilità, eccessivamente eterogeneo al punto da inficiarne la qualità generale. 6,5/10

Gargamel - Watch For The Umbles (2006): Retro-prog svedese, di sentore scuro ed apocalittico come da tradizione scandinava, dedito ad un totale recupero anche delle modalità di registrazione dei '70. Ammetto di averlo voluto provare soltanto perchè un mio vecchio gruppo si chiamava Gargamella's, e la curiosità ha preso il sopravvento, ma occorre sorvolare velocemente. In quel versante i nostrani Areknames gli davano parecchi giri. 5/10

Irata - Tower (2019): Non è che ci avessi sperato, era che una chance occorreva darla. Ma ormai gli Irata non sono neanche più lontani parenti degli art-corers dell'omonimo datato 2007. Sono un gruppo emo-metal con un cantante insopportabile che rovina delle pur dignitose, per quanto tamarre, composizioni di hard-spleen-rock che avrebbero potuto funzionare da strumentali. 5/10

Jar Moff ‎- Commercial Mouth (2013): Imponente collage electro-hypna da parte di un misterioso musicista greco di fugace apparizione sullo scenario europeo (due dischi nel 2013 e poi basta). 25 minuti di pura schizofrenia che non appartengono a nessun tag particolare, se non quello del modernariato. Un po' troppo massimalista, ma con alcuni ottimi passaggi. 6,5/10

Lou Reed - New York (1989): Potrei essere entrato in una fase globale di rivalutazione di Lurìd, anche solo concettuale. Di dischi ne ha fatti tanti, e forse da scoprire ce n'è. Questo già parte bene perchè i suoni sono belli chitarristici in un epoca in cui non era di moda. E' un po' citazionista, un po' fanfarone, alcuni pezzi sono notevoli, altri no, forse troppi. 6,5/10

King Hannah - I'm Not Sorry, I Was Just Being Me (2022): Duo misto inglese che sembra voler mutuare un incrocio fra Nick Cave, Portishead e qualcos'altro direttamente catapultato dagli anni '90. Ambizione alle stelle, purtroppo non pareggiata da altrettanto talento. Sono giovani e quindi non da buttar via ma ho il timore che non li ascolterò più. 5,5/10

giovedì 30 giugno 2022

Scarti da TM #75


William Basinski - Hymns Of Oblivion (1989-1991): Sorpresa archeologica: WB, dopo aver fatto il sassofonista a cottimo in giro per gli US, avrebbe potuto diventare un cantautore gotico-maudit, se non che il progetto fu arenato ed ascoltarlo adesso fa tenerezza. Qualche pennellata impressionistica di rilievo c'è, ma il manierismo stra-fatto ed i suoni (orribili) gli fecero capire che ci sarebbe stato da lavorare, e parecchio. La stoffa comunque non si poteva discutere. 6,5/10

Beach House - Once Twice Melody (2022): Ben venga la grandeur, l'ambizione e la voglia di progredire. E' chiaro già da qualche anno che i BH hanno sterzato, che le chitarre non sono più al centro del processo creativo, che le voci sono polifoniche, etc etc. Insomma, hanno perso quell'innocenza e quel candore dei primi 3/4 dischi, e a me dispiace tanto. E' stato un po' come passare dall'infanzia all'adolescenza, un trauma in progress, con tutto il rispetto. 6/10

VanderTop - Paris 76 (2001): Inqualificabile operazione di Jannik Top che fondò una sua etichetta e camuffò un concerto dei Magma del 1976 come VanderTop, forse soltanto perchè la scaletta comprende 2 pezzi a testa. Al di là del pasticcio, il concerto è un bootleg registrato talmente male (forse un misero microfono davanti al palco) che non si può neanche ascoltare. 4/10

Universal Congress Of ‎- Prosperous And Qualified (1988): Per la serie SST: Ginn è sempre più jazzy un disco frizzantissimo di jazz-funk blueseggiante, ispido e suonato in presa diretta, guidato da sax e chitarra in strutture contenitive ben definite. Non si parli però di jazz-punk, perchè del secondo non ha niente. Al limite erano degli ex-punks. 6,5/10

Clikatat Ikatowi - Orchestrated And Conducted By (1996): Post-emo-HC di area Gravity per una delle tante meteore di metà '90. Prodotto malissimo, con le chitarre compresse fino a diventare un grumo informe, una voce strozzata che non è nè rabbiosa nè espressiva, un peccato a confronto di una ottima sezione ritmica (alla batteria il mitico Mario Rubalcaba). In quest'area, molto meglio gli Angel Hair. 6/10

Sunny Day Real Estate - Diary (1993): Erano anomali ed ottennero visibilità, perchè non erano grunge, non erano hardcore, non erano arty, erano una band energica con un lato melodico molto accentuato ed ahimè, un cantante dall'irritante stile ultra-arrotondato che trovo insopportabile, ecco il mio problema. 5,5/10

Desertshore - Drifting Your Majesty (2010): Il primo di Carney & Connolly, all'insegna di un elegante art-alt-folk strumentale, con degli ottimi momenti e vibrazioni di intimismo molto intenso, ma anche diversi riempitivi, jams tirate troppo per le lunghe. Una maggior sintesi avrebbe giovato. Ed era già chiaro che Markone Kozelek li avrebbe fatti svoltare. 6,5/10

martedì 31 maggio 2022

Scarti da TM #74


Eat - Sell me a god (1989): Non era male l'idea iniziale degli Eat, ed in tempi non sospetti: fondere il brit-pop con una mistura di blues, funk e soul. Un po' come edulcorare i Gun Club togliendo follia. Il problema del disco è che è troppo lungo, che il gioco non regge la candela per tutto il tempo. 6/10

Fish - Sunsets On Empire (1997): Mi ci sono imbattuto per caso. L'ex-Marillion in combutta con Steven Wilson, vanesio nello sfoggiare la sua voce, mentre Mr. Porcupine Tree gli srotola un servizio prog-blues a tasso tecnico medio-alto, con qualche concessione blues in accezione moderna. Dopo un quarto di secolo non è invecchiato bene nè lo stile nè il suono, ma qualche passaggio avvincente lo salva dal naufragio. 6/10

Oceansize - Everyone Into Position (2005): Il secondo album di questa grande incompiuta britannica che avrebbe potuto fare cose bellissime se non si fosse persa dietro i mulini a vento. Facevano un alt- prog moderno, mutuato alla fonte dai Cave In di Jupiter, ma con una vena più emotiva e qualche puntata nell'atmo-post-rock. Certo che avessero più che dimezzato le idee, i loro dischi sarebbero stati più gradevoli. Peccato. 6,5/10

Massimo Volume - Il Nuotatore (2019): Pilia non c'è più e si sente, i MV ripiegano su un suono più asciutto e restano nella loro comfort-zone, e cosa potrebbero fare altrimenti. Il giudizio è sempre subordinato al gustibus; unici erano e unici restano. La seconda metà del Nuotatore è eccellente, ma il fiero manierismo che hanno inventato non crea più tante sorprese. 6,5/10

Aidan Moffat - The Soft Toothbrush Years - Selected Voice Memos 2010-2020: Ascoltato solo per completezza estrema, ma siamo ai limiti della scatologia. Flash vocal/narrativi, filastrocche svampite o ormonali, spunti embrionali semiseri, è il solito incontenibile AM, egotico ed esibizionista. s.v.

Matt Christensen - Constant Green (2021): Sei ballad notturne per voce e chitarra, con qualche striata di steel in qua ed in là. MC è garanzia di purezza e classe, di delicati mantra desertici e contemplazione fumosa. Ma dopo aver mandato a memoria Coma Gears e Honeymoons è chiaro che si pretende qualcosa quantomeno a quel livello, anche soltanto come pulizia di suono.  6,5/10

Kevin Ayers - Joy Of A Toy (1969): Il debutto di uno di quelli irregolari che partecipa alla fondazione di qualcosa di storico (Canterbury e altro) e si stufa subito, andando a fare la sua cosa. Che era un cantautorato vaudeville a tratti geniale, a tratti un po' lezioso. 6,5/10

Lichens - 3110⁄2410⁄1810 (2014): Uno dei tanti mantra elettro-mistici di Bob Lowe, diviso in due parti di durata vinilitica. Diciamo che una volta assimilato il concetto, la questione si fa leggermente boriosa. Suoni sempre belli, comunque. 6/10

500won - Um Han (2003): Leggende curiose dall'inizio dell'epopea P2P. Un chitarrista coreano incide un demo e ne diffonde gli mp3. Qualcuno ne viene in possesso, li tagga come Sigur Ros w/Mogwai, li mette in condivisione ed in rete succede il finimondo. Ben poco credibile, a dire il vero. Il demo in questione era ben poca roba, con qualcosa più dei SR che degli scozzesi, ma con delle contraddizioni e dei pressapochismi al limite dell'imbarazzante. 5/10

Clinic - Do It! (2008): Senza nulla togliere ad una band che ha sempre saputo fare del revivalismo la propria cifra stilistica con freschezza, credo che tutti i dischi della maturità siano come questo: bello bello, ben dosato, coinvolgente ma molto poco sorprendente. De gustibus tutta la vita, comunque. 6,5/10

sabato 30 aprile 2022

Scarti da TM #73


 A.C. Acoustics - Victory Parts (1997): Il secondo dei glasgowiani, al bivio decisivo per uscire allo scoperto dal sottobosco indie. Ottima produzione, gran suono di chitarre e qualche buon pezzo, qualche soluzione ritmica interessante e....nient'altro. La carenza vocale, la monodimensionalità generale, insomma, nulla che colpisse al cuore o al cervello. Non era destino. 6,5/10

Twells & Christensen - Coasts (2010): Due pesi massimi in estemporanea accoppiata, John Xela Twells + Matt Zelienople Christensen. Un paio di lunghe escursioni droniche che variano in modo sensibile i registri tipici di entrambi i personaggi, presumibilmente in modalità buona la prima. Il risultato è ipnotico quanto basta per farsi gradire, ma Christensen è di fatto non udibile nella sua classica modalità e questo mi inficia un po' nel giudizio complessivo. 6,5/10

Cobolt - Spirit On Parole (1998): Col secondo album gli svedesi confermavano di appartenere ad una serie minore. Rispetto all'esordio di un anno prima guadagnavano in fedeltà e professionalità, ma sostanzialmente più manieristici e US-occhieggianti. La prima metà è molto buona, fra echi RHP, God Machine altezza Devil Song, ed affini. La secondo invece crolla vertiginosamente su un roots-Aor-indie senza nerbo, cantilenante. 6/10

Comus - To Keep From Crying (1971): Ben poco in comune a quel First Utterance che 3 anni prima li aveva imposti come campioni di un hard-folk originalissimo. Con la formazione rimaneggiata il leader Wootton si concedeva a melodie ammiccanti, arrangiamenti canonici e polifonie vocali per un folk-rock molto più standardizzato. 6/10

Crescent - Now (1995): Il debutto acerbo, grezzo ed approssimativo dei bristoliani, all'epoca ancora un gruppo completo prima della graduale trasformazione che il leader Jones porterà poi verso forme affascinanti di ambient-rock. Qua invece erano su un acid-noise-post-rock sfocato, lo-fi. minimalista ed ancora molto indeciso sulla direzione da prendere. Qualche buona cosa comunque c'è, seminata in qua ed in là. 6/10

Swans ‎- Leaving Meaning (2019): I tomi di Michael Gira da quando ha riesumato la sigla Swans hanno tutti lo stesso limite: sono le dilatazioni infinite di un compositore di razza che si perde a specchiarsi. Ci sono spunti bellissimi e lungaggini ai limite dell'insopportabile. Forse andrebbero affrontati con un altro piglio all'ascolto, quello dello slow-listening. Cosa che purtroppo adesso non posso avere. 6/10

Diaframma - Boxe (1988): L'ostinata autoproduzione, che all'epoca poteva fare concettualmente molto punk, ha fatto più danni della grandine nel repertorio dei Diaframma nella seconda metà degli '80. Un suono invecchiato talmente male da seppellire il talento pop di Fiumani che avrebbe meritato ben altro trattamento (e certamente un cantante meno invasato di Sassolini, infatti la storia dimostra che alla fine il buon senso ebbe la meglio). 5,5/10

Deep Freeze Mice ‎- Live In Switzerland - November 1985: Nella ristampa monstre in CD, fanno una trentina di pezzi fra il tour elvetico del 1985 ed il già conosciuto Leicester 1982. Sul palco erano da videogame, poco da dire: esecuzioni rapide e beffarde, con la ritmica in grande risalto. Però qualcosina si perdeva, segno che forse in studio riuscivano ad approfondire il loro surrealismo in maniera, diciamo, tridimensionale. Dettagli minuziosi. 7/10

giovedì 31 marzo 2022

Scarti da TM #72


Terminal Cheesecake - Johnny Town-Mouse (1988): Secondo tentativo e chiudo il libro su questo gruppo inglese strenuamente elogiato da PS. Acid-noise-rock su ritmiche quasi industriali, voci grugnanti, canovacci insistiti fino alla stanchezza. E' qualcosa che in teoria poteva quasi stare a metà fra Godflesh e primi Swans, ma senza talento. 5,5/10

Talking Heads - Talking Heads 77 (1977): Quando leggo che Sorrentino elegge i TH come massima influenza musicale della sua vita, mi rendo conto che c'è qualcosa che non mi sfagiuola. A me fanno lo stesso effetto dei Television o dei Dream Syndicate; un suono asettico, invecchiato malissimo, dalla sua originalità insindacabile, ma degustibus regna sovrano anche privandomi dei più biechi preconcetti. (Uno su tutti; odio Psycho Killer da quando veniva usata come spezza-gambe nelle discoteche alternative a fine serata, oppure dopo i concerti)  6/10

Thee Speaking Canaries - Who Are The Shitbirds Playing? (2019): Demos solitari di Damon Che antecedenti 3 anni la formazione del trio con cui esordirà nel '93. Roba presa di peso e riversata su vinile, roba lo-fi, chiara indicatrice di quel tamarrock che ha perseverato con buoni risultati in contemporanea (ed in opposizione) ai Don Caballero. Roba abbozzata, embrionale, adatta ai fan terminali. Non è il mio caso. 6/10

French Radio - Abandoned Children (2011): Il progetto meno convincente di Bruce Anderson, non tanto per la qualità dei due comprimari ma per il fatto che la sua chitarra di fatto suona come un gorgogliante e sinistro strumento elettro-acustico. 3 lunghissime escursioni post-nucleari, pulviscolose ed insidiose. Da sottofondo senza troppa attenzione. 6/10

Fat Worm Of Error - Pregnant Babies Pregnant With Pregnant Babies (2006): Noise-cabaret che poteva uscire dalla sala per approdare su Load soltanto negli anni d'oro dell'harsh. Di una naiveteè che sfiora la no-wave, difficile giudicarlo se non si entra in sintonia con la sua demenzialità e l'approccio iconoclastico. Io non ci sono riuscito. 5/10

Fire! ‎- She Sleeps, She Sleeps (2016): Un'ode al narcisismo minimalista: lunghi e compassati smooth-jazz per batteria, basso e sax, altro che l'Orchestra. Con tutto il rispetto per Gustafson, che viene definito come un Dio da chiunque; alla fine del disco provo il desiderio di non sentire più un sax fino a domani. 5,5/10

Grouper - Shade (2021): Se non ci fossero stati Ruins e Grid Of Points nel mezzo, avrei detto che ormai lo space-folk bucolico di Liz Harris non mi invitava più di tanto. Fa uno strano effetto:  la classe ed il trademark rendono il disco confortevole e gradito, come un ritorno a casa (non siamo certo ai livelli degli AIA, però) dopo una lunga e difficile trasferta. Ma è fin troppo chiaro che i due sopracitati erano una (felicissima) anomalia. 6,5/10

Urban Sax - Urban Sax (1977): Un esercito di sassofonisti al servizio di Gilbert Artman, che compose due lunghe digressioni in stile minimalista, per mezzo di bordoni ottonati imponenti, con pochissime increspature sul tema. Sulla carta una bella sfida, in pratica di una noia ottundente, anche a causa del suono, una muraglia che lascia poco spazio alla suggestione. 5/10

Dharma Quintet - End Starting (1971): Free-jazz francese da parte di un quintetto che suona furioso e schizofrenico, come se fosse l'ultimo giorno di sempre, ma con perizia. La prima parte è notevole, poi la soglia dell'attenzione scende un bel po', fino a ridursi al lumicino. Motivo?  6,5/10

Univers Zero ‎- Univers Zéro (1977): Impossibile criticare esteticamente la musica dei belgi storici rappresentanti del pentagono RIO, perchè tecnicamente fu una delle più complesse ed ambiziose, colte e preparate del dopoguerra. Nè jazz nè prog, neanche Zeuhl nonostante vaghissima parentela con i Magma. Il problema è districarsi nel groviglio, ed è interamente responsabilità mia, perchè vorrei innamorarmi delle splendide partiture percussive, degli assoli di fagotto, dei temibili cunicoli dei violini, delle minacce aleggianti di spinetta.....ma proprio non ci riesco.  6,5/10

Helen - The Original Faces (2015): Progetto one-shot di Liz Harris con un paio di soggetti sostanzialmente poco conosciuti, per un grumo di indie-shoegaze-noise-pop, un po' Slowdive e un po' MBV, con qualche curioso richiamo alle chitarre di Flying Saucer Attack. Fin troppo facile ipotizzare che forse sia stato only for fun. A seconda dei gusti 6/10

P16.D4 ‎- Acrid Acme (Of) P16.D4 (1989); Fine della corsa del collettivo tedesco che a metà anni '80 fu al vertice del collage organico post-industriale, con due dischi micidiali. Per sonorità così incompromissorie è più facile arrivare a saturazione, e anche se ci diedero dentro come prima il brodo fu allungato più del dovuto. 6,5/10

Inventions - Inventions (2014): Niente, questo progetto fra Matt Cooper e Mark Smith non mi ha trovato proprio entusiasta, nonostante sulla carta potesse essere una bomba. E' un electro-post-rock canonico, baldanzoso ma sognante, che alla fine non acquisisce matrici fondanti nè di uno nè dell'altro. E magari è proprio quello che i due si auguravano. Io mi auguravo soltanto qualcosa di più bello, mica avevo delle grandi pretese....... 6/10

Musica Elettronica Viva - The Sound Pool (1970): Il buon Alvin Curran aveva voglia a prendersela con i due francesi che erano scappati oltralpe a fare il disco della NWW List, che era soltanto meglio di questo agit-prop belluino e barricadero. Urla, percussioni, fischi e fiati in totale libertà, non per fare casino ma per fare concetto. Influente su certo weird americano degli anni Zero, quessto è certo. 6/10

Magnetic Fields ‎- Holiday (1994): L'ultracelebrato indie-synth-pop dei MF in uno dei primi dischi, purtroppo non mi fa un effetto diverso dagli altri. L'inizio sembra promettere molto bene ma la cascata iper-caramellosa sulla lunga distanza mi resta indigesta. E non vale neanche la scusa dell'ascolto distratto, superficiale, etc perchè questa è roba ad assunzione diretta istantanea. 6/10

Love And Rockets ‎- Seventh Dream Of Teenage Heaven (1985): L'ultimo sbiadito Bauhaus aveva confermato il declino di un unità creativa che non sapeva esattamente dove andare a parare. E confermato che Peter Murphy era più che un semplice cantante. I 3 strumentisti ci provarono con un post-wave bizzarro e manieristico, sospeso fra tentazioni acustiche, psichedelia e sirene '80, fortemente penalizzato dalla debole vocalità di Ash, sottotono persino come chitarrista. 5,5/10

Kukangendai ‎- 190609 Palm Release Live (2020): Vale esattamente lo stesso giudizio del disco in studio, vista la grande perizia del trio nipponico nel replicare dal vivo. Ma io non li dò ancora per persi. 6/10

lunedì 28 febbraio 2022

Scarti da TM #71


Men - Open Your Heart (2012): Inspiegabile a mio avviso l'esagerato consenso nei confronti di questo combo. Garage hi-fi, brevi bordate post-hc, qualche scampagnata folk e that's all folks. Nessun segno distintivo, chessò, un cantante bravo, un chitarrista originale, niente. Il limite più grande di questa musica sta nel fatto che il limite è circoscritto, e non si fa nulla per uscirne. 5,5/10

Lard Free - Unnamed (Recorded 1971-72): Registrazioni inedite antecedenti al primo grande album degli Sgrassati, pubblicate un quarto di secolo dopo. Ben poco a che vedere con quel brillante debutto: un free-jazz atipico ma un po' sconclusionato, con un vibrafono invadente ed il chitarrista un po' casinista. Qualche geniale gene anticipatorio comunque si sente. 6/10

Areknames - In Case Of Loss (2010): Difficile fare di meglio dei precedenti due, eccellenti prove di neo-prog tecnico ma ben centrato sulle atmosfere. Epifani per il terzo ha creato un lavoro quasi orchestrale, molto estetico, ma che perde di vista quelle profondità che avevano illuminato soprattutto il secondo. In due parole, troppa carne al fuoco, troppe girandole compositive, l'inguaribile mania dei progsters di farsi più grandi che fa vittime anche 30/40 anni dopo. 6/10

Arab Strap - As Days Get Dark ⁄ Demos (2021): Quando si parla di feticismo arabstrapiano sono sempre stato secondo a pochi. Però mi sfugge il senso di questa operazione, peraltro per un album suonato soltanto da loro due, replicato in tutta la scaletta, ad uno stadio di lavorazione di poco precedente il definitivo. Uno spreco, da dimenticare per la loro fedina. 5/10

Roger Waters - The Pros And Cons Of Hitch Hiking (1984): Me la immagino, la faccia di Gilmor quando RW propose ai PF di scegliere fra The Wall e questa tronfia pedanteria. Tanto valeva andare sul teatrale spinto, almeno i pezzi c'erano, qui c'è solo la peggiore autoreferenzialità di Waters, con l'aggravante di un Clapton petulante ed irritante. 5/10

Bob Mould ‎- Blue Hearts (2020): E' oggettivamente impossibile parlare male di questo ennesimo di BM, perchè di fatto è un manuale automatico del suo power-emo-pop, che pesca molto dall'area Sugar con cui (giustamente) incassò nei '90. E si dice sia un ritorno di forma dopo anni di delusioni. E allora ne parliamo bene. Però non troppo, perchè se no sembra che 60 is the new 30 per ogni vecchia gloria che attraversa un periodo di forma, effimero o no. 6,5/10

Bachi Da Pietra - Reset (2021): Apprezzo abbastanza il nuovo corso dei BDP, con una vena quasi parodistica, ironia al vetriolo e parole forti snocciolate da Succi nel suo stile più vetriolico. In fase di arrangiamento, a tratti discutibili. Va bene reinventarsi il più possibile e cercare una nuova freschezza, ma gli antichi Bachi restano non replicabili. 6,5/10

Boris - Performing ''Flood'' (2013): Qualsiasi scusa è valida per riascoltarsi uno dei 2/3 capolavori dei Boris. Questa performance dal vivo del '13 non riserba sorprese, ma soltanto una riesecuzione fedele, cristallina nel pulito ed arroventata nel distorto. La registrazione non è eccezionale. L'abilità e la concentrazione nei momenti più placidi rende comunque giustizia. 7/10

Whipping Boy - 2021 Heartworm (Expanded Version): Operazione che per il 25ennale ci può stare in chiave revival, ma che non aggiunge nulla al vibrante originale. Un intero cd di bonus che annovera versioni grezze con titoli diversi, demos alternativi, una cover di Lou Reed e le 3 b-sides dei singoli coevi, giustamente relegate a tali. Nessun inedito di fatto. Resta sempre un 8/10.

Whipping Boy - I Think I Miss You EP + Whipping Boy EP (1990): Gli esordi assoluti dei WB, all'insegna di un'acerbità sostanziale e di un suono (registrato malissimo) indeciso fra narcolessie Velvet, noise-pop alla Jesus & Mary Chain, trance galattica alla Loop e shoegazing emergente. Il potenziale in prospettiva si poteva percepire. Propedeutici alla maturazione. Rispettivamente 6/10 e 6,5/10

Vangelis - Heaven and Hell (1975): Uno degli innumerevoli colonnoni del greco, all'insegna della magniloquenza e del sinfonismo ibrido ma anche di incantevoli scenari bucolici e favolistici (la congiuntura temporale era ancora favorevole). Questi ultimi non hanno certo la preponderanza, quindi una media lorda fa 6,5/10

Vas Deferens Organization - The Idiot Parade (1998): Durante il loro periodo d'oro i VDO pubblicarono una tonnellata di album, fra cui alcuni frettolosi e poco lucidi come questo, una freakedelia impazzita che però puntava più su stati ludici di allucinazione, una grandissima ricerca dei suoni come loro usanza, ma ben poco che resti impresso. 6/10

lunedì 31 gennaio 2022

Scarti da TM #70


Soap&Skin - From Gas To Solid ⁄ You Are My Friend (2018): Cantautrice austriaca al terzo album, non conosco i precedenti. Eterogenea ed eclettica, spazia fra austere ballad piano/voce, le più interessanti, a synth-pop vaporosi ed impennate barocche reminescenti Zola Jesus. Cantante molto capace, dall'alto potenziale commerciale, ma che un po' si perde nei cunicoli di una creatività non troppo focalizzata. 6,5/10

Gruppo Di Improvvisazione Nuova Consonanza ‎- Improvisationen (1968): Facile spellarsi per The Feed-back, Eroina o Niente. Difficile spendersi in parole per i lavori più radicali del GINC, come si può evincere in rete; nessuno si è mai sbilanciato, perchè erano lavori talmente astrusi e volatili che è impossibile darne un giudizio. 6,5/10

Gallon Drunk ‎- You, The Night ... And The Music (1992): Questa volta il tempo non fa il miracolo: pur riconoscendo ai GD una cifra artistica importante (grossomodo fra Nick Cave ed i Gun Club), non riesco a farmeli piacere, esattamente come successe all'epoca, nonostante il buon sostegno della critica e del mio amico Pig. Pazienza. 6,5/10

Heliogabale - To Pee EP (1996): Un 5 tracce ben piazzato nel periodo dorato del quartetto francese, cioè fra i due migliori album. Noise-art-rock con qualche divagazione pseudo-jazz, poco da dire sul grande chitarrista Thipaine. Paradossalmente funziona meno dei dischi perchè la loro concettualità grandguignolesca ha bisogno di più profondità e tempo per emergere. Dettaglio risibile. 7/10

Primitive Man - Caustic (2017): Traumatico sludge-doom-metal, kilometrico e sanguinolento, di buona media ma penalizzato oltre misura da un growling davvero eccessivo. 6/10

Island - 2005 Pyrrho (1975-76): Doppio archeologico dei progsters svizzeri alquanto fulminanti col loro unico del '77. Un disco dal vivo, l'altro casalingo. Per quanto talento potessero esprimere in ogni sede, impossibile prescindere dalla qualità audio di cui necessitavano. Qua siamo a livelli quasi infami. 6/10

Ilitch ‎- 10 Suicides (1980): Collettivo francese già incluso nella NWW List, qui con un disco stranissimo, un po' crudo ed un po' surreale, fra cantautorato esangue, rumorismo, elettronica, cabaret, etc. I momenti validi arrivano quando meno te l'aspetti, ma quanta attesa....6/10

Iggy & The Stooges - Raw Power (1973): Niente, non riesco a rivalutare questo disco neanche 20 anni dopo l'ultima volta in cui l'avevo schifato. Pensare anche solo di striscio allo spreco immane di vedere Ron Asheton al basso, pensare all'infame produzione, pensare alla mediocrità di Williamsons, fa tristezza. Persino Iggy Pop ne era un po' imbarazzato, raccontando quel periodo nel documentario sugli Stooges di qualche anno fa (quello sì che è da vedere). 5,5/10

Charlatans - Some Friendly (1990): Avevo un vago ricordo soprattutto di una canzone che all'epoca davano alla radio, Flower, che mi piaceva. Ma non avevo mai provato ad ascoltare quello che poi ho visto essere una pietra miliare in Ondarock. L'imbarazzo è palpabile e tangibile, oppure io non capisco niente di brit-pop. Massimo diabete. 5,5/10

Catherine Wheel - Ferment (1992): Sono molto più legato a Chrome, il successore, anche se questo resta un bel pilastro di indie-shoegaze-core con ottime melodie ma, grosso limite, produzione appiattente. Forse è anche una questione di invecchiamento (sia mio che del suono). Questo limite castra parzialmente il risultato globale, ma restavano dei colossi del genere. 7/10

Crass ‎- Christ - The Bootleg (Live 1984): Rappresentazione plastica del tour d'addio dei Crass, con esibizioni proverbialmente al napalm, con il vetriolo fra le mani e nelle gole. Purtroppo, come qualità è persino peggio di un bootleg. E ci perde. 6,5/10

Oneohtrix Point Never - Garden Of Delete (2015): Musica per algoritmi emotivi, frullatore impazzito di vaporizzazioni, distintegrazione di micro-temi in sequenze inafferrabili. Ad ogni disco che ascolto di Lopatin mi sento sempre più vecchio e non aggiornato sulle tendenze, visto anche l'hype che lo circonda. Ma de gustibus non muore mai... 6/10

Jade Warrior ‎- Kites (1976): Persino un act raffinato ed originale come il JW non poteva opporre resistenza a quel Rubicone che fu il 1976, spartiacque per tutto il Prog ed un mondo intero. Il declino fu proporzionale agli outfit precedenti, di ottimo livello, ma un certo manierismo ed una certosinità un po' eccessiva (e vanesia) fece capolino. 6,5/10

Neptune - Green/White/Red Cassette (2005/06): Trittico di tapes colorati, episodio laterale nella discografia degli artigian-noisers bostoniani. Pur essendo registrati molto bene, sembrano più dei demos, una miniera di spunti dediti ai lati più ritmici e meccanici del loro suono, che però restano involuti ed abbozzati. Molto meglio i dischi ufficiali. Rispettivamente 6,5, 5,5 e 6/10.

venerdì 31 dicembre 2021

Scarti da TM #69


Asunta - Landscapes (1996): Stimo ed apprezzo molto Opium Hum, ma a volte ho l'impressione che per lui contino di più degli aspetti che vanno oltre lo stretto musicale. Qui siamo di fronte ad un chilometrico sbadiglio per drone monotonale di harmonium e meste svisature di clarinetto, una palla colossale che è davvero impossibile ascoltare per intero. Blah. 4,5/10

Balaton ‎- Fény Közepe A Sötétség Kapujában (1996): Il gruppo del mitico Mihaly Vig, il compositore storico di Bela Tarr. Poco o nulla a che vedere con le magistrali partiture delle pellicole: un jingle-jangle-pop piuttosto compassato e decadente, con qualche piccola fiammata nel finale, penalizzato dal canto di Vig stesso, quasi impresentabile nella sua limitata monotonia (e straniante per la cadenza delle liriche in ungherese, familiare solo a chi ha visto più film di Tarr). 5,5/10

Brainiac - Electro-Shock  For President (1997): L'involontaria ultima uscita dei Brainiac, di poco precedente alla tragica morte di Tim Taylor e soprattutto alla vigilia della prova del 9 su major.- Questo mini fu una sorta di transizione, con pesante dose di elettronica e scarso impiego della strumentazione classica. O fu un test o il segnale che ormai TT era il capo della banda. In ogni caso, un po' troppo ermetico e troppo scuro se rapportato ai precedenti. 6,5/10

Vanishing Twin ‎- The Age Of Immunology (2019): Disco molto battuto nelle polls di fine anno. Per me è una piccola evoluzione degli ultimi Stereolab con qualche spunto tensio-attivo mutuato dai Can, qualche divagazione lounge e un'attitudine pop molto diffusa, con qualche buon pezzo e pi di uno sbadiglio. 6/10

VV.AA. - Flipper Psychout (2010): Antologia 1965/1972 della library italiana più piaciona che ci fosse, per un jazz-funk-rock-soul ruffiano tipico dell'epoca a firma di autori di seconda fascia (alcuni mai sentiti prima). Non mancano comparsate di nomi illustrissimi (Alessandroni, Tommasi, De Filippi), la qualità media non va oltre il 6,5/10

VV.AA. - NME Awards 2009 - Pictures Of You - A Tribute To Godlike Geniuses The Cure: L'ennesimo tributo ai Cure, questa volta patrocinato dal NME e perfino con la benedizione di Ciccio Smith, che introduce il disco con un pistolotto filosofico di 3/4' sulle cover. Ennesimo fallimento, purtroppo, nonostante il coinvolgimento di nomi anche piuttosto illustri; chi fotocopia fa brutta figura, chi stravolge perde il senno. Alla fine i migliori sono i Dinosaur Jr., ma con la loro Just Like Heaven paradossalmente datata 1989...... 5/10

Uochi Toki - Cuore Amore Errore Disintegrazione (2010): Croce sopra ed è un peccato. Idioti mi piacque alquanto, ma dopo averne sprezzati altri 3 penso di poter chiudere la mia esperienza con gli UT. Troppo, troppo lo sproloquio nerd-intellettuale, troppa poca la base musicale. Dovrei ascoltarlo come podcast discorsivo/letterario, preso con le molle, e sono sicuro che apprezzerei. Ma ora come ora voglio impiegare il mio tempo solo per la musica. 5,5/10

Blue Sun - '73 (1973): Dalla Danimarca con professionalità e passione, un gruppo dedito ad un soft-jazz-rock sempre sul limite dello stucchevole e ad oggi, vecchio come l'uomo di Neanderthal. Sax melenso ed organo in primissima linea. A dirla tutta qualche buona melodia c'è, ma come ha esemplificato Vlad, si trattava di qualcosa di sostanzialmente innocuo. 5/10

Reform Art Unit - Darjeeling (1970): Autorevole collettivo free-jazz austriaco, in questa sede ospitante un sitarista indiano di grido. Free-raga-jazz? Fermo restando che il suddetto spesso suona spaesato e senza tanta convinzione, la base è di quelle furiose, con dei fiati notevoli. Ma per la sua natura, resta auto-ostracistico oltre ogni misura. 6/10

Ragnar Grippe - Electronic Compositions (1977): Cellista svedese fulminato sulla via dell'elettronica vintage. Di lui in rete pochissime tracce: genio incompreso o ciofeca? La verità sta più o meno nel mezzo. Spirali minimaliste, voci manipolate, concretismi, per un set molto sfocato nonostante qualche passaggio rilevante. 6/10

Embryo - Father Son And Holy Ghosts (1972): Il più grande limite degli Embryo sintetizzato in uno dei loro primi dischi: una miscela inebriante di etno-jazz-rock strumentale dalla spinta ritmica irresistibile, legata al formato jam, con dei suoni fantastici, ma tirato un po' troppo per le lunghe. L'ultima traccia, un live di 20 minuti, acuisce la controversia fino al parossismo. 6,5/10

Talibam! - Boogie in the Breeze Blocks (2009): Sopraffatti da un inarrestabile voglia di strafare, qui Mottel & Shea hanno finito per esagerare. Altrove, come nel primo o nel terzo album, una maggiore focalizzazione ha permesso alla loro vena pazzoide di emergere e di esaltarsi. Qui c'è troppa dispersione, ma ciò non toglie che il divertimento sia assicurato. 6,5/10

martedì 30 novembre 2021

Scarti da TM #68


Smudge - You Me Carpark... Now (1996): Il power-pop-trio australiano alla chiamata della conferma dell'effervescente Manilow, debutto di un paio d'anni prima. Difficile conservare quei livelli di esuberanza e brillantezza melodica, anche se qualche voglia di deviare si enumerava e la buona volontà c'era sempre. 6,5/10

Stormy Six ‎- Un Biglietto Del Tram (1975): Il disco folk-rock-barricadero degli Stormy Six, ribollente di inni proletari, di canti di protesta, di slogan partigiani e così via. Per quanto ben suonato e nobilitato dalla forma delle liriche, non può che suonare implacabilmente datato, a maggior ragione se lo si affianca al successivo L'Apprendista, tutta un'altra storia.  6/10

Flavio Giurato ‎- Il Manuale Del Cantautore (2007): Il ritorno dopo oltre 20 anni di silenzio vide un Giurato in ottima forma lirica, da sempre il suo punto forte, ed una produzione quasi lussuosa, direi mainstream, per certi versi affine al moderno De Gregori. Pregi e difetti i soliti; qualche cantilena tirata un po' per le lunghe, qualche momento molto alto. La media fa 6,5/10

Ruben Garcia ‎- Room Full Of Easels (1996): Vale più o meno la stessa cosa già detta in precedenza. Direi croce sopra. 6/10

Police - Ghost In The Machine (1981): Persa la grinta iniziale, l'entusiasmo, raggiunto l'apice possibile con Zenyatta Mondatta l'anno precedente, ai Police non restò che l'autoindulgenza, il manierismo e le buone maniere. Lo scioglimento fu la cosa più giusta, viste le smanie di successo di Sting. Ma il potenziale per migrare verso una forma arty c'erano tutte. Anni '80, eh. 5,5/10

Peter Hammill - PH7(1979): Al termine del suo glorioso decennio, PH cercava di svariare, rifuggeva la new-wave che aveva contribuito ad inventare qualche anno prima e si rifugiava in un cantautorato sofisticato ed anomalo. La classe risolveva diverse matasse, ma l'effetto finale era un po' forzoso e cervellotico. Luci ed ombre. 6,5/10

Hildur Guðnadóttir ‎- Leyfðu Ljósinu (2012): La cellista islandese recentemente assurta al grande pubblico per colonne sonore di pellicole e serie di enorme successo. Qui, in una delle sue prime prove, con un'ambiziosa suite di 40 minuti per cello, voci e dronistica varia; elegante e solenne, ma già rivelatrice del suo futuro, un colto mainstream gradevole ma che alla fine non lascia un gran segno: manca la vera impennata. 6,5/10

O Yuki Conjugate - Peyote (1991): Soffusa elettro-tribal-ambient, non lambiccata abbastanza per essere definita salottiera e non barbara abbastanza per essere definita selvatica. Suoni discretamente datati, lucidità e focus sempre a barra dritta. Più e meno oggi fa = 6/10

O Yuki Conjugate ‎- Equator (1995): Vedi sopra. Questa era roba che poteva anche finire sulla Mental Hour, ma senza avere i riflettori sopra nè spiccare il volo. Come sottofondo è bellissimo, ma tradisce la propria limitatezza artistica. 6/10

Jackie-O Motherfucker ‎- Bloom (2018): Tom Greenwood ha ridotto drasticamente le attività nell'ultimo decennio, ed è un chiaro sintomo di declino come questo album che rispetto alla classica sciatteria psichedelica abbina qualche euforia ritmica quasi sopra le righe e dal sapore un po' forzato per il suono JOMF. Ed anche il resto è abbondantemente dispensabile. 5/10

Julia Holter ‎- Loud City Song (2013): Dischi come questo mi fanno sentire vecchio, ma non bacucco, perchè la Holter spreca il suo enorme talento in un disco che dire schizofrenico è poco, e non m'interessa se questa è l'avanguardia del cantautorato ambient/pop e la capiremo fra 10/20 anni. Qui c'è spreco di talento e tanto altro. 6,5/10

King Of The Opera - Nowhere Blues (2020): Clamorosa svolta di Alberto Mariotti che abbandona il suo originale cantautorato per un synth-pop svagato e banalmente arty. Ci sono dei momenti in cui sembra veramente riecheggiare i triviali Depeche Mode, e i passaggi di buona levatura passano impietosamente in cavalleria. Ok il girare pagina e tutto quello che vuoi, ma qui è stato veramente troppo.  5/10

Kukangendai - Tentei (2021): Purtroppo non c'è stato il ritorno allo scoppiettante algebric-rock dell'esordio; la spaventosa involuzione dei nipponici già sentita su Palm dev'essere uno stato ormai irreversibile. Chissà quali formule ci sono dietro queste 5 partiture....Io so soltanto che mi annoiano, per quanto il suono sia tattile ed emotivo. 6/10

Lycus - Chasms (2016): Death-doom fatale con degli interscambi interessanti di chitarre pulite ed inserti di violoncello che però alla fine restano accessori. Anche le strutture sono intriganti, il mio problema resta il growling, che col passare del tempo sopporto sempre meno. Un'occasione sprecata, nella mia ottica. 6,5/10

domenica 31 ottobre 2021

Scarti da TM #67


God Machine - Live @ Rex Club, Paris, France, 12-02-1993: Bootleg estremamente lo-fi del periodo d'oro, con la ritmica in buon udito ma la chitarra un po' sepolta. E nonostante lo stato di grazia generale, un Robin PS un po' stanco e poco performante. 6,5/10

Purple Mountains - Purple Mountains (2019): Mai piaciuti i Silver Jews, ovvero il tanto decantato dalla stampa cantautore Berman. Questa sua nuova incarnazione non fa altro che confermare il mio interesse nei suoi confronti: un cantautore affondato nelle radici folk-rock, stornellante ai limiti del country, a tratti persino stucchevole. 5,5/10

Peter Broderick ‎- How They Are (2010): Autore danese-americano prolificissimo fin dall'adolescenza. In questo, dedito ad un compassato cantautorato che sembra in tutto e per tutto un omaggio a Nick Drake (persino nel canto), che scorre liscio e senza grosse emozioni tangibili. Ben fatto ma non resta un granchè. 6/10

Ligament - Three Dimensional Pumping Heart EP + Indifferent Cop EP (1994/95): Due pubblicazioni corte dei Ligament, le prime su Flower Shop un anno prima del debutto Kind Deeds. Indie-noise di chiara ispirazione statunitense, un'orecchio ai Sonic Youth ed un'altro a derive di matrice Cows, Trance Syndicate e dintorni. Una migliore registrazione avrebbe aiutato non poco. Restano un gruppo di seconda fascia, nonostante la provenienza che di certo non aiutava. 6/10 + 6,5/10

Floh de Cologne - Geyer-Symphonie (1974): Collettivo anarchico tedesco dedito ad operette di cabaret-vaudeville-rock, si direbbe dalle nostre parti musica da baracca per l'epoca, per Oktober Fest un po' più intellettuale ma non troppo. Indispensabile la conoscenza stretta del tedesco per assimilare l'effluvio torrenziale di recitati. Musicalmente ha ben poco, anche se gli strumentisti non erano male. 5/10

Courtney Barnett ‎- Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit (2014): Cantautrice australiana che fa un indie-rock particolarmente ordinario, senza nessun segno distintivo. Una voce buona ma monodimensionale, qualche buon pezzo viscerale, qualche ruffianeria, insomma nulla che si ricordi di atipico o talentuoso. Archivio senza sussulti. 6/10

Madrigali Magri - Mini EP (2002): Il congedo dei MM, un quarto d'ora di outtakes dell'ultimo album, in tono minore per una carriera breve ma sempre a botta sicura con un pugno di album di roba mai sentita prima in Italia. Qui poco da esprimere: percussivismi, acusticherie, fondelli insomma. Avevano già dato tutto. In gloria comunque. 6,5/10

Ubzub - Fluorescent Subcutaneous Alien Hut EP (1993): Brevissimo (10 minuti) esordio degli Ubzub, contenente 3 pezzi che poi saranno inclusi nel folle Alien Manna. Poco da dire: un meteorite post-residentsiano che fa subito centro, un bignamino di ciò che avrà giustamente necessità della lunga distanza per fotografare meglio la loro arte selvaggia. 7/10

giovedì 30 settembre 2021

Scarti da TM #66



VV.AA. - Love In The Time Of Covid (2020): Antologia del Maggio 2020, messa in piedi con un tempismo clamoroso (quasi sospetto), avente obiettivi benefici anti-Covid. Il cast è diviso fra personaggi di altissimo livello (Barzin, Idaho, Pall Jenkins) ed altri semi-sconosciuti, alcuni persino inattivi da anni. Contenuto, materiali rigorosamente inediti. Giudizio: i big raschiano nei cassetti e fanno un compitino mediocre, gli sconosciuti generano curiosità a corrente alternata. 6/10

Vague Angels - The Sunny Day I Caught Tintarella di Luna for a Picnic at the Cemetery (2010): Credo l'ultimo di Chris Leo con i VA, un progetto controverso che non ha mai minimamente sfiorato il livello dei Lapse (figuriamoci quello dei Van Pelt). Indie-rock esuberante, over-arrangiato, a tratti persino funky, semplicemente troppo anche per chi magari voleva reinventarsi. 5/10

Fille Qui Mousse - Trixie Stapelton 291 - Se Taire Pour Une Femme Trop Belle (1972): Entità francese guidata da un giornalista, one-shot. Roba indefinibile. Parte con una interessante sezione ritmica scura ed insistente, ma poi deriva verso qualsiasi freakeria senza capo nè coda, fra demenze, rumorismi, recitazioni e quant'altro. Troppo dispersivo. 6/10

Selten Gehörte Musik - 3. Berliner Dichterworkshop 12-13.7.73: Aveva ragione, come sempre, l'amico Vlad: .....la voliera del disagio mentale. Ci si ferma di nuovo, si riprende, ci si trastulla con bizzarrie assortite, e poi via così, sino allo sfinimento della ragionevolezza. Ognuno lo definisca a modo suo. Da ascoltare, ma con cautela....Appunto, molta cautela. 5/10

Pekka Airaksinen - One point music (1972): Avant-noise a base di elettronica d'antan per questo sperimentatore finnico. La naivetè al potere, una visione a dir poco sfocata, la noia dietro l'angolo. 5,5/10

Rocky's Filj - Storie di Uomini e non (1973): Per certi versi affini ai New Trolls, con l'aggiunta di un sax insistente ed una visceralità notevole. Il cantante sfoggiava un ruggito importante. L'impianto non mancava, la voglia di strafare neanche: il disco è troppo eterogeneo e dispersivo, e perde di vista una visione coerente, che nei grandi dischi prog era essenziale. 6,5/10

Opus Avantra - Introspezione (1974): Ambiziosissimo ensemble che puntava alla fusione estrema di prog, classica, rinascimentale e cabaret. I momenti esaltanti non mancano, soprattutto quando il complesso suonava a pieni giri; sono i diversivi poco musicali e più teatrali a far cascare un po' le braccia (per quanto fosse brava la Del Monaco, la sua inflessione alla Landini proprio non riesco a prenderla sul serio......mi si perdoni). 6,5/10

Tim Hecker - Konoyo (2018): E' un mio problema personale, quello con TH. Perchè dopotutto è un musicista intelligente e sa cogliere suoni davvero inusitati (non saprei dire avanguardistici perchè non sono un esperto). Soltanto che l'album dopo un po' non cattura più la mia attenzione, perchè mi fa uno strano effetto tappezzeria. Forse non ho avuto pazienza. 6,5/10

Faust - You Know Faust (1997): Quella reunion non s'aveva da fare, se romanticamente (e con molto cinismo) ci fermiamo alle motivazioni artistiche. Sembrano delle prove, degli abbozzi, registrati e poi riversati così, senza tanto lavorarci. Diciamo che hanno sempre giocato sull'immagine mitica che la critica gli aveva costruito, e come dargli torto.... 6/10

Richard Skelton - Song To Epsilon Lyrae (2020): Ormai il prode Riccardo ha messo da parte il suo lirismo per darsi ad un ambient abrasa e pulverulenta, qualcosa che se venisse da uno sconosciuto si direbbe "non male", ma prodotta da lui finisce inevitabilmente nel dimenticatoio. 6/10

Furry Things - Hedfones (1996): Soltanto un anno dopo lo splendido esordio, i FT viravano verso un electro-dub svanito e poco focalizzato. Non era il loro humus ideale e l'azzardo non pagò molto. Ma le tendenze facevano gola ed evidentemente l'ambizione ebbe il sopravvento. 6/10

Raic - Multiplicity (2019): Esercizio di stile post-jazz con grande sfoggio di elementi percussivi, con un grande suono, uno stile elegante, qualche voce imponente ed una lunghezza oceanica, davvero troppo, troppo lungo. Quasi da non riuscire ad arrivare in fondo. 5/10

martedì 31 agosto 2021

Scarti da TM #65


Black Midi - Cavalcade (2021): Non c'è dubbio che si tratti di una band di grande talento, esecutivo e tecnico. Si è parlato di King Crimson, di art-prog, e anche questo ci può stare. Si passa da arie solenni a tempeste tech-rock con assoluta disinvoltura, e forse è proprio questo il problema. A questo livello ricordo i Mars Volta, che riuscirono in più frangenti a non oltrepassare quel gradino gigantesco che si chiama autoindulgenza. Ecco dove cadono i Black Midi. 6/10

Roger Eno - The Night Garden (1996): Un Rogerino minore, un po' lambiccato e lezioso, inclusa l'incomprensibile scelta di utilizzare tastiere dal suono un po' troppo midi. Meno lirico e più tappezziere, insomma. 6/10

Dead Meadow ‎- The Nothing They Need (2018): Non ci sono più molte speranze che i DM ritornino all'antica forma, ormai mi sembrano stanchini, privi di quelle trovate sanguigne che tanto ci hanno esaltato in passato. L'esperienza a volte aiuta e qualche buon trip c'è, ma il manierismo aleggia ovunque. 6/10

Foals - Total Life Forever (2010): Lo hanno chiamato math-pop o math-funk, il suono ambizioso degli inglesi Foals. Per me è semplicemente l'AOR dei tempi nostri, una formula molto accessibile ed ammiccante che gli ex-emo non più giovani gradiranno, con la scusa di aver trovato qualcosa di adulto che ha permesso loro di crescere. Qualche buon pezzo c'è (Black Gold).  6,5/10

Levitation - Meanwhile Gardens (1994): Per la cronaca, la versione rimasterizzata con le vocals originarie di Terry Bickers, che nel frattempo era stato sostituito. I Levitation chiusero con le contraddizioni ingigantite: un indie-prog dalle potenzialità enormi, ma succube di un indulgenza e di un massimalismo inarrivabile. Come sprecare centinaia di idee in un solo album? 6/10

Holger Czukay ‎- On The Way To The Peak Of Normal (1981): Stessi ingredienti dell'ottimo Movies, di due anni prima. L'eredità Can, il gigioneggìo ed il cazzeggio, le inflessioni esotiche, Jaki Liebezeit e tanta voglia di divertirsi. Ma il disco è complessivamente fuori fuoco ed alla lunga annoia, alla ricerca di un colpo di coda che non arriva mai. 6/10

Imaad Wasif - Great Eastern Sun (2018): La lunga pausa discografica (8 anni) me lo aveva fatto quasi dimenticare. Il suo 5° album ha rappresentato un'elegante carrellata del suo psych-folk svanito ma a schiena dritta e di nobile pedigree (Barrett e Spence sempre santinati), con 3 grandi pezzi (Origins, Thorn, Unhinged), ma anche con tanti sbadigli, per quanto gradevoli. 6,5/10

Bruno Nicolai - Una Vergine Tra I Morti Viventi (Original Motion Picture Soundtrack) (1973): Da una pellicola erotica-horror tipica degli anni '70, la tipica colonna sonora di Nicolai, sospesa fra fascinosi ed oscuri temi thriller e stucchevolezze bossa-lounge con la signora Dell'Orso a fare il suo mestiere. 6/10

sabato 31 luglio 2021

Scarti da TM #64


Qa'a ‎- Vesprada (2009): Gruppo spagnolo che con fare ineffabile sciorina un calderone di psichedelia, avanguardia, elettronica e tanto altro. Tutto e troppo, un peccato perchè ciascuno dei punti presi, se affrontati con minor frenesia e più concentrazione, denota una capacità molto promettente. 6,5/10

Quiet Nights - Quiet Nights (2020): Una cassettina divertente di Aidan Moffat, se così si può definire, in stile papettiano. Patinata, soffusa library da anni '80, a tratti fin troppo stucchevole ma mai pacchiana e con qualche piccola, sparsa, puntina del suo tratto distintivo, per me sempre riconoscibile fra un miliardo. Qualche gene erede di Lucky Pierre c'è. 6,5/10

Jandek ‎- Ready For The House (1978): Diciamo che Jandek aveva bisogno di qualche anno, un po' di pratica e meno misantropia per carburare qualcosa di interessante. Questo (ovviamente privatissimo) ha assunto importanza soltanto in prospettiva, perchè fu il primo della serie, ed è una lagna interminabile, monotona e volgarmente blues. Troppo. 5/10

Nick Cave - Skeleton Tree (2016): Il rispetto per l'uomo, alla luce dell'infinita disgrazia che l'ha colpito, è smisurato. Fermandosi alla stretta disamina del disco, però, appare chiaro che il flusso di coscienza prevale su tutto il resto, e ciò che rimane è un lotto non molto ispirato, con pochi spunti musicali, tanta nebbia e troppo verbo, neanche tanto teatrale. 6/10

Make Up - I Want Some (1999): Raccolta di singoli pubblicati nei primi anni, e furono veramente tanti (23 tracce in totale). Testimonia che nei Make Up l'aspetto politico ed iconoclastico ebbero il sopravvento su tutto il resto e la musica restò isolata nell'exploit In mass mind, il climax artistico. Un ascolto dignitoso, a prescindere. 6,5/10

Residents - The Commercial Album (1980): Il cosiddetto spot album dei Residents, 50 tracce da un minuto di media, la disintegrazione del loro stile art-dada, la dispersione in mille rivoli. Francamente, un po' troppo, concettualmente manipolavano il tutto con la loro maestria, ma i capolavori furono prima e dopo. 6,5/10

Aidan Moffat & Rm Hubbert - Ghost Stories For Christmas (2018): Alla vigilia del benedetto AS comeback, AM continuava ad incespicare affidandosi alle compassate nenie acustiche del povero RH, un musicista dignitoso ma pur sempre di serie B. Nella prima parte, quando compare la batteria, si sente qualcosa di buono, ma col passare della scaletta la qualità decresce vertiginosamente e la melassa intacca tutto. 5,5/10

Ulver ‎- Bergtatt (1995): Ho sempre avuto un'avversione epidermica verso il black metal, poi una decina d'anni fa uscirono i capolavori di Gnaw Their Tongues e pensai che forse avrei dovuto indagare. Ho provato col primo dei Mayhem e adesso col primo degli Ulver, la sostanza non cambia: rispettabilissima e poliedrica, ma non fa per me. 6,5/10

Peter Zummo ‎- Experimenting With Household Chemicals (1995): La solita free-form session di Zummo con compagnia fra cui un accreditato Arthur Russell a cello e voce, anche se io la voce non l'ho sentita, a meno che non mi sia totalmente avulso dall'ascolto di una lunghissima jam, troppo lunga ed ipnotica per catturare l'attenzione. Troppo difficile per me il concetto ben esplicato nelle note di copertina. In ogni caso, grandi suoni come sempre. 6/10

mercoledì 30 giugno 2021

Scarti da TM #63


Horde Catalytique Pour La Fin - Horde Catalytique pour la Fin (1971): Una delle tante orde di pseudo-avant-free-jazz contenute nella List, il cui giudizio ha molte variabili: l'umore della giornata, il sound preferito dell'ultima settimana, la qualità del sassofonista, etc etc. Questi erano francesi e selvaggi oltremisura, ma qualche momento interessante c'è. 6/10

White Suns - Totem (2014): La stagione dorata del free-noise americano è bella passata e ha lasciato qualche bel reperto, ma ancora oggi qualcuno prova a dare un senso con delle operazioni più o meno colte come questo, che se fosse uscito diec'anni prima sarebbe stato salutato come un capolavoro. Oggi è un buon esperimento e poco di più. 6,5/10

Comsat Angels ‎- Fiction (1982): L'exploit dell'anno prima di Sleep no more purtroppo fu un caso isolato, o una congiunzione astrale. La realtà è che i CA restarono dei wavers di serie B, e la storia l'ha dimostrato. Questo terzo fa il paio col debutto del 1980, un disco sfocato, svagatamente arty e con poche melodie azzeccate. 6/10

Door And The Window ‎- Detailed Twang (1980): Diciamo che a quei tempi in UK era tollerata anche l'amatorietà assoluta, soprattutto se a vaticinare (ed improvvisarsi batterista) c'era un'autorità del DIY come Mark Perry, evidentemente bisognoso di una pausa. Ma diciamo anche che un conto è essere geniali non sapendo suonare (e di esempi ce ne sono tantissimi), un'altro è essere naif ed infantili senza una vaga idea di fondo. 4/10

Doors - L.A. Woman (1971): 2/3 grandi pezzi su 10 non sarebbero stati sufficienti per parlare di rinascita dopo i disastri precedenti, ma quantomeno sarebbero stati un segnale positivo. In ogni caso, non è detto che Morrison sarebbe andato avanti se non fosse morto poco dopo, e sarebbe stato un peccato comunque, vista la sua metamorfosi da shouter (degli altri 3 no, perchè riciclavano luoghi comuni blues con per l'appunto 2/3 impennate notevoli). 6,5/10

Enrico Piva ‎- Double Bind (1989): Geometria assoluta per il Piva più decantato da Vittore Baroni, e non solo. Una serie di pattern percussivi con pochissime differenze, suoni manipolati e sequenze impercettibili da scoprire, con una soglia cerebrale molto alta. Molto pretenzioso e pretende troppa attenzione. 5,5/10

Guru Guru - Early Archives, Live 1969: Archeologia prossima alla profanazione, trattasi di un tape dell'epoca riversato in questo inutile bootleg che assembla per 3/4 delle prove embrionali del grande UFO in una registrazione così infame che svilisce tutto. Parziale ripresa nel finale, con 3 estratti decisamente migliori, per quanto precari (sempre scarti/prove). 5,5/10

R.Y.F. - Shameful Tomboy (2019): Fare il paragone con la divin Polly Jean mi è sembrato un tantinello esagerato. Tuttavia, lo scarno ed enfatico cantautorato della Russo ha un suo orgoglio ed una sua cifra dignitosa (tutt'al più evocherei Thalia Zedek), fatto di semplici pezzi voce e chitarra elettrica, con qualche buono spunto. I margini di miglioramento ci sono. 6/10

lunedì 31 maggio 2021

Scarti da TM #62


Wolfgang Dauner Quintet - The oimels (1969): Pianista tedesco autore di un jazz-lounge-bossa con qualche sparsa deviazione ironica-farsesca, tipo la cover dei Bitolz. Diciamo che pur non essendo propriamente la mia cup of tea, a tratti è piacevole e quasi divertente. 6/10

Emtidi - Saat (1972): Progressive folk dalle leggere venature psichedeliche, quasi come una versione europea di Grace Slick e Marty Balin in un duo semi-acustico, cantante inglese e polistrumentista tedesco. L'impressione è che le loro buone doti  si siano disperse in un calderone un po' troppo ambizioso e dispersivo. 6/10

Rush - 2112 (1976): Ho apprezzato un paio di dischi dei Rush a cavallo del 1980, ma questo mi sembra a dir poco pedante. Non trovo altri aggettivi per descrivere questo hard-prog tecnico e piacione che contiene momenti piacevoli a iosa, ma alla lunga finisce per stancare a causa di un narcisismo, per appunto, pedante. 6/10

Other Half ‎- The Other Half aka mr. pharmacist (1968): Garage-rock di matrice Nuggets, con un giovane Randy Holden pre-Blue Cheer, indubbiamente grintoso e rotolante, ma decisamente invecchiato un po' come tutto il genere. De Gustibus. 6/10

Analogy - Analogy (1972): Lo chiamano progressive, ma io ce ne trovo abbastanza poco. Una vocalist possente su una base piuttosto scontata, col predominio di un organo che alla fine del disco ti fa odiare quel suono. 5/10

Helios - Domicile (2020): Già con Veriditas Keith Kenniff aveva trasformato Helios in un unità spazio-cosmico, ancora di spessore. Domicile getta la maschera, con un vaporoso ambient privo di dinamiche, quasi come un Basinski con velleità emotive. Prima vera delusione, ma dopo 15 anni gliela si può anche perdonare. 6/10

Horse Lords - Interventions (2016): Elettro-rock sincopato, funkeggiante, in cui gli strumenti classici vengono macchinati fino al punto di non avere quasi più sembianze umane. Vengono tirati in ballo nientemento che i Can per riferirsi, e certi spunti sono davvero pregevoli, ma l'effetto tediante è un insidia più che tangibile. 6,5/10

Nico - Camera Obscura (1985): Nemmeno la diva tedesca riuscì ad affrancarsi dalle sonorità modaiole a metà '80, seppur sempre immerse nella sua tipica atmosfera angosciosa e marziale. Tuttavia, era una Nico poco ispirata e poco a suo agio in questa nebbia hauntologica, ed il disco appare confuso e disorientato, con ben pochi momenti da ricordare. 6/10 

Madrugada - Industrial Silence (1999): Al primo disco, il gruppo norvegese declamava il suo indie-maudit-rock con fare sornione e carismatico, aperto discepolo di Nick Cave ma declinato in una modalità accattivante ed a tratti blueseggiante. Peccato che il talento latitasse per gran parte del disco, ed allora si pensò che fosse acerbità. Qualcosa di meglio poi l'hanno fatto, ma se sono rimasti un'entità per pochi un motivo ci sarà stato. 6/10

Julianna Barwick ‎- Nepenthe (2013): Non replicata la magia della Magic Hour di due anni prima, per quella che definirei una sindrome alla Message To Bears: l'eccessiva cura, la visione della luce, una rivelazione in maggiore che banalizza un po' quanto di buono era stato brevettato in precedenza. In ogni caso, un bell'ascolto, per carità. 6,5/10

June Of 44 - Revisionist - Adaptations.... (2020): Saluto con entusiasmo il ritorno, se di questo si tratta, dei June of '44, ma rimando il giudizio completo ad un eventuale nuovo disco. Per il momento, una rielaborazione di alcuni pezzi del loro ultimo repertorio prima dello split, cioè quello meno entusiasmante, un paio di remix passabili ed un inedito. Riscaldamento? 6,5/10

Visible Cloaks - Reassemblage (2017): Sbandierata come nuova frontiera dell'ambient elettronico, un duo canadese che assembla micro-sinfonie certosine a base di sonorità simil-giapponesi molto hauntologiche, e non saprei se il mio solito interrogativo dev'essere: sono troppo vecchio io per queste nuove frontiere o è iper-modernariato di cui mi sfugge il senso? 6,5/10

Rosa Mota - Bionic (1996): Dopo l'indimenticabile esordio Wishful Sinking, i Rosa Mota andarono nel pallone, persero la loro profondità spleen e pensarono di poter sfondare diventando i nuovi Pixies, senza avere il talento melodico di Frank Black nè le velleità produttive. Fu un triste addio, confusionario e sfocato, senza un filo logico. 5,5/10