sabato 22 febbraio 2020

Post-Shazam #6 - Mental Hour Vol. 5 Lato A+B (1994)


Lato A Track #1 (01)
Si apre con una serratissima house tutto pulsazioni, bandierine sulfuree e digestioni prolungate.


Lato A Track #2 (02)
Annunciato come pezzo dei Clock Dva. Atmosfera ultra-sinistra, drumless, glitches, voci in sottofondo, frasine di Rhodes, linee telefoniche, messaggi Morse, chi più ne aveva ne metteva.


Lato A Track #9 (09)
Foresta impenetrabile di cinguettii. Una mitragliata di bip. Poi arriva Rupert e le sue parole spiegano più di tanto altro: "Un marasma di onde strane che stanno arrivando....mamma mia....che lingua parlate?" Genio.


Lato A Track #10 (10)
Sembrerebbero veramente i Tangerine Dream degli anni d'oro, con un tema cosmico evocativo e fascinoso, moog in assolo e calde pulsazioni di organo. 

Lato B Track #1 (12)
Tre colpi regolari di bongo, su cui si staglia imperioso un coro femminile in stile quasi gregoriano.


Lato B Track #2 (13)
Mixtape quasi sicuro, con almeno 3 fonti diverse (mi ricorda Sabres Of Paradise). Un sonnolento motivo di synth con tappeto riverberato di percussioni umane e chiusura cyber.


Lato B Track #8 (19)
Poco più di un minuto. Nebulosa space con sibili robotici random e pulsazioni spettrali.


Lato B Track #10 (21)
Imponente loop di wall of sound sinfonico per due minuti, poi arriva un raddoppio irregolare di moog e si staglia dal sottofondo un ritmo tribale.


Lato B Track #11 (22)

Annunciato come traccia dei Sigillum S, il che potrebbe starci, dato che ci troviamo in un bagno esoterico bello fumigante, ai limiti del siderurgico. Resta il giallo del canto finale, quasi muezzinico, che mi chiedo da dove provenga.


Lato B Track #14 (25)

Giallo. In scaletta viene preannunciato a titolo di Miranda Sex Garden, ma non sono riuscito a reperire info su (eventuali) remix in chiave elettronica di uno dei loro madrigali vocali. Quindi mi limito a degustare questo straniante incrocio di mondi lontanissimi, che lievita quando il campo si apre e lascia i bassi a terra.


Lato B Track #15 (26)
Sigla finale con bubbone space e partenza house-pompa-cassa, solo trenta secondi prima che il nastro cambi colore, da marrone a trasparente e fine del volume.

Completavano la C-90 questi altri artisti: Neu!, Scorn, Orb, Aphex Twin, Klaus Schulze, Tangerine Dream, Cabaret Voltaire, Outoff Body Experience, Sheila Chandra, Dreamfish.
Qui c'è il post originalmente apparso su TM#1, che fino a quando era possibile avere le statistiche di Mediafire aveva guadagnato n. 56 downloads.

Segue Vol. 7...

sabato 1 febbraio 2020

Post-Shazam #5 - Mental Hour Vol. 4 Lato A+B (1993)

Lato A - Track #2 (2)
Annunciato come pezzo di Meredith Monk prima della diffusione, giurerei che in realtà si tratta di un mixtape che contiene sì una contorsione vocale della famosa cantante sperimentale, ma innestata su una tessitura ambient-trance-techno tipica del periodo.

Lato A - Track #4 (4)
Apertura corale quasi androide, poi parte una ritmica squisitamente trip-hop, con clangori sintetici ed una progressione armonica ossessiva. Sembra dei Kraftwerk nel Bronx. Eccellente. 

Lato B - Track #7 (19)
Due minuti e mezzo di pastone cyber-ambient impenetrabile. Non mi stupirei se fosse un mix-tape frutto di almeno 3 fonti diverse. Straniante.

Lato B - Track #8 (20)
Trenta secondi di tremebonde folate galattiche, da mettere quasi paura. Poi un loop vocale robotico. Alla fine, qualche secondo di Gennaro Iannuccilli che fa lo scemo imitando la voce di un robot.

Lato B - Track #9 (21)
Annunciato come pezzo degli Psychick Warrios Ov Gaia, ma non rilevato da Shazam. In effetti l'imprinting è indiscutibilmente quello, anche se in chiave drumless. Sembrerebbe infatti un'intro alla famosa Obsidian, vista la ricorrenza del tema iniziale.

Lato B - Track #12 (24)
Pompa-cassa con tema principale un respiro/fiatone ben a tempo. A metà fanno capolino le nebulose gorgoglianti di synth flangerizzate.

Lato B - Track #13 (25)
La traccia precedente si fonde in un maelstrom tipicamente rave, in fading finale forse per il sopraggiungere della mezzanotte. Ed è anche la fine della Sony HF.



Completavano la C-90 questi altri artisti: Future Sound Of London, Plaid, AFX, Discordian Popes, Kingdom Come, Tangerine Dream, Orb, System 7, Optic Eye, Aphex Twin, Psychick Warriors Ov Gaia, Clock Dva e Miranda Sex Garden.
Qui c'è il post originalmente apparso su TM#1, che fino a quando era possibile avere le statistiche di Mediafire aveva guadagnato n. 54 downloads.

Segue Vol. 5...

venerdì 31 gennaio 2020

Scarti da TM #54

Townes Van Zandt - Our Mother The Mountain (1969): Il cantore forse meno becero e ritrito del la storia americana del country-folk. Ci sono almeno 3 pezzi stupendi in questo che viene decantato il suo migliore, e l'autore (fra l'altro un ubriacone/tossico di primo livello) va senza dubbio rispettato. Ma come si dice in gergo, in stragrande maggioranza this is not my cup of tea. 6,5/10

Altro - Aspetto (2007): Musicalmente non sarebbe davvero malaccio, fra punk e secca wave, irruenza e dirompenza. Ma quella voce, monocroma ed urlata, toglie ogni voglia persino di comprendere i testi. Diciamo che il cosiddetto emo non fa tantissimo per me. 6/10

Lucky Pierre - 1948 - (2017): L'addio di Aidan a LP avviene con un atto concettuale, una provocazione bella e buona: un vinile senza custodia, per due suite che campionano soltanto musica sinfonica registrata, per l'appunto, nel 1948. Poteva salutare meglio, questo è certo; spero che questo suo lato trovi un nuovo outfit al più presto. 6,5/10

Sunn O))) - Life Metal (2019): Ok, 10 anni dopo il loro capolavoro, ad Anderson e O'Malley resta davvero ben poco da aggiungere se non altri 4 monoliti di drone-metal con impercettibili variazioni. Uno sforzo davvero limitato. 5/10

M.B. - Colori (1998): Il ritorno di Maurizio Bianchi dopo un lunghissimo silenzio, e svolta ambient/new-age. Una palla incredibile, poco da dire. Pezzi dai 6 ai 10 minuti, contemplazioni immobili e vanamente tronfie, peraltro con un suono di tastiere già vecchio allora. Chiaro che non facesse parte del suo DNA. 4,5/10

Arc - Repercussion (2002): Alla voce "sbrodolature di Aidan Baker", qui in uno dei primi ARC, potenzialmente uno dei progetti più interessanti (non da solo) ma qui siamo proprio nella situazione "abbiamo una/una e mezzo idee, fai REC, alla prima e vai così" che di per sè non è un male, sia chiaro. Ma Baker è sempre un pericolo. 5/10

Iggy Pop - Free (2019); Molto lodevole il gesto di IP di affidarsi in una parte di Free alla chitarrista Noveller, per un pugno di pezzi davvero stranianti ed evocativi. L'altro compositore è il trombettista Thomas, che fa altrettanto un buon lavoro. Il resto della scaletta, che invece è ascrivibile alla voce "banalità rock per non perdere del tutto chi ama The Passenger", purtroppo inficia la media generale del disco. Si vede che gli manca ancora il coraggio (a 70 anni suonati, ma uno cosa deve fare....) 6,5/10

Jandek - The Beginning (1999): Per quanto fosse efficace, penso che la formula out-folk di Jandek possa aver fisiologicamente funzionato per una decina d'anni, ma la mia è soltanto un'ipotesi. Qui sa tutto di risaputo e ripetuto abbondantemente. Ed il pezzo al piano di 15 minuti è una mazzata fra capo e collo. 5,5/10

Procession - Fiaba (1974): Ben poco allineati all'It-Prog, i torinesi Procession facevano un buon folk-rock grintoso e per nulla favolistico. Macro-Difetto: la voce del cantante, tecnicamente impeccabile ma alla lunga troppo datata. Con altri presupposti sarebbe stato un piccolo gioiello. 6,5/10

Felt - Let the Snakes Crinkle Their Heads to Death (1986): Graziosissimo mini di soli strumentali, una delle tante stranezze di Lawrence che ben si destreggiava alla 6 corde in assenza del buon Deebank che se ne era fuggito. Dominato comunque dalle tastiere retrò, restò uno spreco di buoni temi immolati alla super-sintesi. 6/10

Van Der Graaf Generator - Now And Then (1987): Pasticciaccio credo neanche autorizzato da parte di Banton/Evans/Jackson che provarono a fare qualcosa nel 1984/5 senza Hammill, probabilmente poco convinti essi stessi. Un pugno di strumentali banalotti che vanno a parare in più direzioni senza concentrazione. 5/10

martedì 31 dicembre 2019

Scarti da TM #53

M. Zalla - Paesaggi (1971): Un Umiliani bucolico e pastorale, come lascia intuire la bella copertina agreste. Scenette stucchevoli e qualche sparuto fraseggio di gran classe. Siamo ben lontani da Mondo Inquieto e Problemi d'oggi, questo è certo, ma il serbatoio della stoffa inesauribile. 6/10

Karate - Unsolved (2000): Non lo capii all'epoca ed oggi lo trovo un incompiuta: la svolta jazz di Farina & Co. dovette passare attraverso una transizione per trovare un senso. A parte un paio di episodi più movimentati, l'atmosfera è fin troppo rilassata, asettica e i pezzi mancano di brillantezza. Si rifaranno col successivo. 6/10

Siouxsie and the Banshees - Join Hands (1979); Meno immediato di The Scream e meno artistico dei successivi, il secondo di S&TB soffre di una claustrofobia e di una eccessiva concessione ai concetti, trascurando l'omogeneità strumentale. Le arie ispirate non mancano, ma restano una minoranza e The Lord's Prayer è decisamente troppo lunga. 6/10

Julian Cope ‎- Peggy Suicide (1991): Un JC esuberantemente, effervescentemente POP, poco altro da dire. Con un po' di pregi (alcune arie davvero indovinate) e tanti difetti: una ruffianeria talmente marcata da sembrare surreale, la lunghezza eccessiva del disco (doppio) ed una produzione a suo modo ancora legata agli '80. 5,5/10

Exmagma - Exmagma (1973): La parola che mi viene in mente al termine del disco è sciatteria: tanto bravi tecnicamente questi tedeschi col loro impro-jazz-rock quanto disorganizzati e privi di una visione. In pratica le trovate armoniche vengono vanificate da un assetto fin troppo, per l'appunto, impro. Occorrevano altre doti? Semplicemente più talento? 5,5/10

Have A Nice Life - Sea Of Worry (2019): Qualche avvisaglia col secondo c'era stata, che gli HANL non fossero più in grado di eguagliare i livelli storici di Deathconsciousness. Questo, contrassegnato da un suono decisamente robusto, con chitarre piene, non è altro che un disco di revival new-wave di media fascia, con qualche deriva elettronica. Troppo poco, per loro. 6,5/10

Battles ‎- Juice B Crypts (2019): Va bene il cambiamento, il non ripetersi, ma oggi i Battles sono praticamente un duo elettronico. Non servono le comparsate stravaganti (Jon Anderson?) se poi in effetti il suono "veramente umano" è ridotto al minimo. Troppo freddi. Qualche trovatina geniale c'è. 6/10

Ben Frost - The Centre Cannot Hold (2017): Il BF di oggi non ha molto a che vedere con l'impressionista dei primi album, bensì uno scultore di ruvidezze elettroniche marziali, imponenti e colossali come la terra in cui vive da tempo, l'Islanda. Io lo stimavo di più prima. 6,5/10

Bill Callahan - Shepherd In A Sheepskin Vest (2019): SIB ha ragione, con gli anni si sta rincoglionendo. Questo è stato disco del mese. Il BC di mezza età, (salvo una parentesi geniale come il disco dub), è tutto qui, senza speranza; un distinto signore, inappuntabile, formalmente perfetto, ma incredibilmente prevedibile e noioso (oltretutto un disco doppio, quindi ancora più pesante). 5,5/10


sabato 30 novembre 2019

Scarti da TM #52

Legendary Pink Dots ‎- Malachai - Shadow Weaver Part 2 (1993): Più o meno il bello ed il brutto dei LPD: una sventagliata di stili molto intellettuale e sardonicamente psichedelica, ed una dilatazione temporale quasi insopportabile, che sgonfia il valore intrinseco di un disco che poteva essere davvero ottimale. 6/10

Anthony Moore - Pieces from the cloudland ballroom (1971): Agitatore avant-RIO con gli Slapp Happy e poi connesso agli Henry Cow, al primo solista. Il minimalismo regna sovrano, con la facciata B esuberante e colorita. La facciata A invece è un triplo canto mistico che si interseca, davvero duro da sopportare per 21 minuti. La media fa 6/10

Illusion Of Safety - Probe (1992): Un giovane Jim O'Rourke in piena sbornia sperimentale alla corte di Dan Burke. Un disco di una lunghezza spropositata, che passa dalle perforazioni auditive (le fasi migliori) a delle fasi estenuanti, interminabili, di pressochè silenzio. Appunto, kilometriche di silenzio. Ma perchè? 5/10

Anthony Pateras ‎- Blood Stretched Out (2017): Due lunghissime suite. La prima, puro strumming pianistico tempestoso, ma nulla che non facesse già Charlemagne Palestine 45 anni fa. Meglio la seconda, che sembra quasi un Chris Abrahams in vena cabarettistica. La media fa 6/10.

Strings Of Consciousness ‎- From Beyond Love (2012): Interessante esperimento fra post-rock e psichedelia, con voci diverse più o meno illustri. Il potenziale sarebbe alto, ma la disomogeneità e l'autoindulgenza la fanno da padrone. 6,5/10

Alan Vega - Station (2007): Il vecchio leone ruggiva ancora. Però, però, su quelle basi electro-clash ispide e moderne (e troppo lunghe, francamente), fa un effetto un po' rattristante: come vedere oggi un sessantenne indossare un paio di pantaloni con il risvolto altissimo, di quelli che vanno di moda fra i giovani. 6/10

giovedì 31 ottobre 2019

Scarti da TM #51

Tamia - Tamia (1978): Cantante francese intenta in un disco a cappella, fra orientalismi ed invocazioni mistiche. Ma per fare l'acappella, se non sei Demetrio Stratos o Diamanda Galas, è davvero dura tenere desta l'attenzione. 5/10

Arzachel - Arzachel (1969): Breve outfit pre-Egg con Steve Hillage. Premonitore in parte, perchè debitore estremo del filone psych-prog aulico alla Moody Blues / Procol Harum, mixato col brit-blues-rock, e non è un complimento. 6/10

Aurelio Valle ‎- Acme Power Transmission (2014): L'ex-Calla, tornato dopo una vita alla musica, ribadisce che gli altri due contavano quanto lui. Un cantautorato controverso che riprende i pregi e amplifica i difetti del passato: qualche bello spunto maudit ma più d'una decisa caduta di tono ed un indecisione di fondo che non giova al complesso. Tornerà? 6/10

Isildurs Bane & Peter Hammill - In Amazonia (2019): Il King PH presta la sua sacra ugola a questo gruppo svedese a me sconosciuto, per un art-prog-tech futuristico nelle volontà, ma che suona un po' kitsch e datato nella produzione. Brividi nella sobria The Day is done, ma il restante 80% è cervellotico ed involuto. 6/10

Society Line - Demo (1989): Il demo pre-God Machine. Ancora acerbi e troppo debitori della dark-wave, un elemento che sarà cruciale ma pur sempre laterale. E' chiaro che qualcosina di speciale si sente, ma la registrazione è di bassissimo livello ed il fatto che nessuno dei 6 pezzi sia sopravvissuto è indicativo. 6/10

Oneida - Romance (2018): Testardi ed incalliti, gli Oneida continuano con il loro elettro-acid-rock, ora più che mai debitore dei Can. Ma il loro destino è di attirare sempre meno le mie attenzioni, nonostante quest'ultimo contenga momenti davvero buoni. Ci pensa l'ultimo pezzo, un monolite di 20 interminabili minuti, a farmi gettare la spugna. 6,5/10

VV.AA. - A Homage To Neu! (1998): Difficilissimo, impresa titanica, cogliere il vero spirito dei Neu!, iconoclasta e rivoluzionario. In piena epoca di rivalutazione, i protagonisti di questo tributo non hanno pensato a niente di meglio che spingere sull'elettronica, con un risultato sconfortante, noioso, prevedibile e purtroppo, finanche elegante. 5/10

King Krule ‎- The Ooz (2017): L'ennesimo segno del mio inesorabile invecchiamento auditivo. Un disco che TUTTI hanno idolatrato all'inverosimile. Un cantautorato originale, un po' crooner, un po' indie, una voce convincente, qualche buon pezzo. Ma è troppo lungo e ciò che mi sembra mancare in primis è l'umiltà. Questo ragazzo se la tira da morire. 6,5/10

Papa M - Live from a shark cage (1999): Pajo alla riprova dopo il piccolo exploit di Aerial M, ma fu un ritorno alla realtà di un chitarrista che ha fatto la storia, sa estrarre la propria personalità ma non è un creativo capace di condensare con efficienza. La noia affiora a più riprese e cancella gli ottimi fraseggi, intercalati. 6/10

Jute Gyte - Ressentiment (2014): Nuove frontiere del metal creativo, in disperato tentativo di riciclarsi. Pezzi lunghissimi, tritacarne azionato col growl inflessibile, ritmica schiacciasassi e novitè, riff distorti quasi effetto phasing. Il giochino si fa interessante per i primi due pezzi, poi si capisce che è uno specchietto. Estenuante, ma non da buttar via. 6/10

Sleaford Mods ‎- Eton Alive (2019): Il giochino furbo mostra la corda. Già English Tapas non era memorabile. Era prevedibile che una formula così limitata iniziasse a tediare un attimo, anche perchè qui mancano del tutto quei colpi di genio etilici che rendevano speciali i dischi del 2014/2015. 6/10

Soundwalk Collective - Bessarabia (Transmissions) (2017): Antropologia e memoria storica in un collage di scabrosa hauntologia. Il concetto è alla base di tutto, i momenti migliori sono quelli un po' più movimentati e etnici, il grosso annoia un po'. Massimo rispetto, comunque. 6/10

Patto - 2000 Warts and All (Live at the Black Swan, Sheffield 1971): Live di qualità infame pubblicato giusto per stabilire che i Patto hanno un live, ma è meno di un bootleg. Il che è una vergogna, perchè il gruppo più sfigato della storia avrebbe strameritato un live come si deve, perchè si intuisce che suonano alla grandissima. 6/10

Roberto Aglieri - Ragapadani (1987): New-age flautata, non troppo stucchevole e con qualche episodio interessante, di tendenza etnica più che ambientale ma non gretta e commerciale. Non sarebbe stato male se non ci fossero state quelle tastieracce anni '80 che fanno venire una fitta allo stomaco ogni volta che fanno capolino. 6/10