giovedì 30 giugno 2022

Scarti da TM #75


William Basinski - Hymns Of Oblivion (1989-1991): Sorpresa archeologica: WB, dopo aver fatto il sassofonista a cottimo in giro per gli US, avrebbe potuto diventare un cantautore gotico-maudit, se non che il progetto fu arenato ed ascoltarlo adesso fa tenerezza. Qualche pennellata impressionistica di rilievo c'è, ma il manierismo stra-fatto ed i suoni (orribili) gli fecero capire che ci sarebbe stato da lavorare, e parecchio. La stoffa comunque non si poteva discutere. 6,5/10

Beach House - Once Twice Melody (2022): Ben venga la grandeur, l'ambizione e la voglia di progredire. E' chiaro già da qualche anno che i BH hanno sterzato, che le chitarre non sono più al centro del processo creativo, che le voci sono polifoniche, etc etc. Insomma, hanno perso quell'innocenza e quel candore dei primi 3/4 dischi, e a me dispiace tanto. E' stato un po' come passare dall'infanzia all'adolescenza, un trauma in progress, con tutto il rispetto. 6/10

VanderTop - Paris 76 (2001): Inqualificabile operazione di Jannik Top che fondò una sua etichetta e camuffò un concerto dei Magma del 1976 come VanderTop, forse soltanto perchè la scaletta comprende 2 pezzi a testa. Al di là del pasticcio, il concerto è un bootleg registrato talmente male (forse un misero microfono davanti al palco) che non si può neanche ascoltare. 4/10

Universal Congress Of ‎- Prosperous And Qualified (1988): Per la serie SST: Ginn è sempre più jazzy un disco frizzantissimo di jazz-funk blueseggiante, ispido e suonato in presa diretta, guidato da sax e chitarra in strutture contenitive ben definite. Non si parli però di jazz-punk, perchè del secondo non ha niente. Al limite erano degli ex-punks. 6,5/10

Clikatat Ikatowi - Orchestrated And Conducted By (1996): Post-emo-HC di area Gravity per una delle tante meteore di metà '90. Prodotto malissimo, con le chitarre compresse fino a diventare un grumo informe, una voce strozzata che non è nè rabbiosa nè espressiva, un peccato a confronto di una ottima sezione ritmica (alla batteria il mitico Mario Rubalcaba). In quest'area, molto meglio gli Angel Hair. 6/10

Sunny Day Real Estate - Diary (1993): Erano anomali ed ottennero visibilità, perchè non erano grunge, non erano hardcore, non erano arty, erano una band energica con un lato melodico molto accentuato ed ahimè, un cantante dall'irritante stile ultra-arrotondato che trovo insopportabile, ecco il mio problema. 5,5/10

Desertshore - Drifting Your Majesty (2010): Il primo di Carney & Connolly, all'insegna di un elegante art-alt-folk strumentale, con degli ottimi momenti e vibrazioni di intimismo molto intenso, ma anche diversi riempitivi, jams tirate troppo per le lunghe. Una maggior sintesi avrebbe giovato. Ed era già chiaro che Markone Kozelek li avrebbe fatti svoltare. 6,5/10

martedì 31 maggio 2022

Scarti da TM #74


Eat - Sell me a god (1989): Non era male l'idea iniziale degli Eat, ed in tempi non sospetti: fondere il brit-pop con una mistura di blues, funk e soul. Un po' come edulcorare i Gun Club togliendo follia. Il problema del disco è che è troppo lungo, che il gioco non regge la candela per tutto il tempo. 6/10

Fish - Sunsets On Empire (1997): Mi ci sono imbattuto per caso. L'ex-Marillion in combutta con Steven Wilson, vanesio nello sfoggiare la sua voce, mentre Mr. Porcupine Tree gli srotola un servizio prog-blues a tasso tecnico medio-alto, con qualche concessione blues in accezione moderna. Dopo un quarto di secolo non è invecchiato bene nè lo stile nè il suono, ma qualche passaggio avvincente lo salva dal naufragio. 6/10

Oceansize - Everyone Into Position (2005): Il secondo album di questa grande incompiuta britannica che avrebbe potuto fare cose bellissime se non si fosse persa dietro i mulini a vento. Facevano un alt- prog moderno, mutuato alla fonte dai Cave In di Jupiter, ma con una vena più emotiva e qualche puntata nell'atmo-post-rock. Certo che avessero più che dimezzato le idee, i loro dischi sarebbero stati più gradevoli. Peccato. 6,5/10

Massimo Volume - Il Nuotatore (2019): Pilia non c'è più e si sente, i MV ripiegano su un suono più asciutto e restano nella loro comfort-zone, e cosa potrebbero fare altrimenti. Il giudizio è sempre subordinato al gustibus; unici erano e unici restano. La seconda metà del Nuotatore è eccellente, ma il fiero manierismo che hanno inventato non crea più tante sorprese. 6,5/10

Aidan Moffat - The Soft Toothbrush Years - Selected Voice Memos 2010-2020: Ascoltato solo per completezza estrema, ma siamo ai limiti della scatologia. Flash vocal/narrativi, filastrocche svampite o ormonali, spunti embrionali semiseri, è il solito incontenibile AM, egotico ed esibizionista. s.v.

Matt Christensen - Constant Green (2021): Sei ballad notturne per voce e chitarra, con qualche striata di steel in qua ed in là. MC è garanzia di purezza e classe, di delicati mantra desertici e contemplazione fumosa. Ma dopo aver mandato a memoria Coma Gears e Honeymoons è chiaro che si pretende qualcosa quantomeno a quel livello, anche soltanto come pulizia di suono.  6,5/10

Kevin Ayers - Joy Of A Toy (1969): Il debutto di uno di quelli irregolari che partecipa alla fondazione di qualcosa di storico (Canterbury e altro) e si stufa subito, andando a fare la sua cosa. Che era un cantautorato vaudeville a tratti geniale, a tratti un po' lezioso. 6,5/10

Lichens - 3110⁄2410⁄1810 (2014): Uno dei tanti mantra elettro-mistici di Bob Lowe, diviso in due parti di durata vinilitica. Diciamo che una volta assimilato il concetto, la questione si fa leggermente boriosa. Suoni sempre belli, comunque. 6/10

500won - Um Han (2003): Leggende curiose dall'inizio dell'epopea P2P. Un chitarrista coreano incide un demo e ne diffonde gli mp3. Qualcuno ne viene in possesso, li tagga come Sigur Ros w/Mogwai, li mette in condivisione ed in rete succede il finimondo. Ben poco credibile, a dire il vero. Il demo in questione era ben poca roba, con qualcosa più dei SR che degli scozzesi, ma con delle contraddizioni e dei pressapochismi al limite dell'imbarazzante. 5/10

Clinic - Do It! (2008): Senza nulla togliere ad una band che ha sempre saputo fare del revivalismo la propria cifra stilistica con freschezza, credo che tutti i dischi della maturità siano come questo: bello bello, ben dosato, coinvolgente ma molto poco sorprendente. De gustibus tutta la vita, comunque. 6,5/10

lunedì 2 maggio 2022

Bruce Anderson R.I.P.


Fra gli effetti collaterali di non essere sempre sui social e di aver disdetto l'abbonamento a Blow Up c'è anche questo: venire a conoscenza di fatti dopo mesi. Ne sono passati poco più di 3 dalla morte di Bruce Anderson, e la cosa mi rattrista, al di là del naturale dispiacere umano, perchè proprio l'anno scorso gli MX-80 erano tornati con un ottimo disco, il suono della sua chitarra è sempre stato qualcosa di unico e confortante, avvolgente per l'anima e le orecchie. Cos'altro posso scrivere oltre al fiume di elogi che ho speso su TM in suo tributo? Soltanto un grande ringraziamento per la sua opera, maledettamente rimasta ignorata ai più, nonostante le dichiarazioni di stima da parte di musicisti stra-famosi.
Come scrisse qualcuno, il più grande chitarrista che non avete mai conosciuto.

sabato 30 aprile 2022

Scarti da TM #73


 A.C. Acoustics - Victory Parts (1997): Il secondo dei glasgowiani, al bivio decisivo per uscire allo scoperto dal sottobosco indie. Ottima produzione, gran suono di chitarre e qualche buon pezzo, qualche soluzione ritmica interessante e....nient'altro. La carenza vocale, la monodimensionalità generale, insomma, nulla che colpisse al cuore o al cervello. Non era destino. 6,5/10

Twells & Christensen - Coasts (2010): Due pesi massimi in estemporanea accoppiata, John Xela Twells + Matt Zelienople Christensen. Un paio di lunghe escursioni droniche che variano in modo sensibile i registri tipici di entrambi i personaggi, presumibilmente in modalità buona la prima. Il risultato è ipnotico quanto basta per farsi gradire, ma Christensen è di fatto non udibile nella sua classica modalità e questo mi inficia un po' nel giudizio complessivo. 6,5/10

Cobolt - Spirit On Parole (1998): Col secondo album gli svedesi confermavano di appartenere ad una serie minore. Rispetto all'esordio di un anno prima guadagnavano in fedeltà e professionalità, ma sostanzialmente più manieristici e US-occhieggianti. La prima metà è molto buona, fra echi RHP, God Machine altezza Devil Song, ed affini. La secondo invece crolla vertiginosamente su un roots-Aor-indie senza nerbo, cantilenante. 6/10

Comus - To Keep From Crying (1971): Ben poco in comune a quel First Utterance che 3 anni prima li aveva imposti come campioni di un hard-folk originalissimo. Con la formazione rimaneggiata il leader Wootton si concedeva a melodie ammiccanti, arrangiamenti canonici e polifonie vocali per un folk-rock molto più standardizzato. 6/10

Crescent - Now (1995): Il debutto acerbo, grezzo ed approssimativo dei bristoliani, all'epoca ancora un gruppo completo prima della graduale trasformazione che il leader Jones porterà poi verso forme affascinanti di ambient-rock. Qua invece erano su un acid-noise-post-rock sfocato, lo-fi. minimalista ed ancora molto indeciso sulla direzione da prendere. Qualche buona cosa comunque c'è, seminata in qua ed in là. 6/10

Swans ‎- Leaving Meaning (2019): I tomi di Michael Gira da quando ha riesumato la sigla Swans hanno tutti lo stesso limite: sono le dilatazioni infinite di un compositore di razza che si perde a specchiarsi. Ci sono spunti bellissimi e lungaggini ai limite dell'insopportabile. Forse andrebbero affrontati con un altro piglio all'ascolto, quello dello slow-listening. Cosa che purtroppo adesso non posso avere. 6/10

Diaframma - Boxe (1988): L'ostinata autoproduzione, che all'epoca poteva fare concettualmente molto punk, ha fatto più danni della grandine nel repertorio dei Diaframma nella seconda metà degli '80. Un suono invecchiato talmente male da seppellire il talento pop di Fiumani che avrebbe meritato ben altro trattamento (e certamente un cantante meno invasato di Sassolini, infatti la storia dimostra che alla fine il buon senso ebbe la meglio). 5,5/10

Deep Freeze Mice ‎- Live In Switzerland - November 1985: Nella ristampa monstre in CD, fanno una trentina di pezzi fra il tour elvetico del 1985 ed il già conosciuto Leicester 1982. Sul palco erano da videogame, poco da dire: esecuzioni rapide e beffarde, con la ritmica in grande risalto. Però qualcosina si perdeva, segno che forse in studio riuscivano ad approfondire il loro surrealismo in maniera, diciamo, tridimensionale. Dettagli minuziosi. 7/10

giovedì 31 marzo 2022

Scarti da TM #72


Terminal Cheesecake - Johnny Town-Mouse (1988): Secondo tentativo e chiudo il libro su questo gruppo inglese strenuamente elogiato da PS. Acid-noise-rock su ritmiche quasi industriali, voci grugnanti, canovacci insistiti fino alla stanchezza. E' qualcosa che in teoria poteva quasi stare a metà fra Godflesh e primi Swans, ma senza talento. 5,5/10

Talking Heads - Talking Heads 77 (1977): Quando leggo che Sorrentino elegge i TH come massima influenza musicale della sua vita, mi rendo conto che c'è qualcosa che non mi sfagiuola. A me fanno lo stesso effetto dei Television o dei Dream Syndicate; un suono asettico, invecchiato malissimo, dalla sua originalità insindacabile, ma degustibus regna sovrano anche privandomi dei più biechi preconcetti. (Uno su tutti; odio Psycho Killer da quando veniva usata come spezza-gambe nelle discoteche alternative a fine serata, oppure dopo i concerti)  6/10

Thee Speaking Canaries - Who Are The Shitbirds Playing? (2019): Demos solitari di Damon Che antecedenti 3 anni la formazione del trio con cui esordirà nel '93. Roba presa di peso e riversata su vinile, roba lo-fi, chiara indicatrice di quel tamarrock che ha perseverato con buoni risultati in contemporanea (ed in opposizione) ai Don Caballero. Roba abbozzata, embrionale, adatta ai fan terminali. Non è il mio caso. 6/10

French Radio - Abandoned Children (2011): Il progetto meno convincente di Bruce Anderson, non tanto per la qualità dei due comprimari ma per il fatto che la sua chitarra di fatto suona come un gorgogliante e sinistro strumento elettro-acustico. 3 lunghissime escursioni post-nucleari, pulviscolose ed insidiose. Da sottofondo senza troppa attenzione. 6/10

Fat Worm Of Error - Pregnant Babies Pregnant With Pregnant Babies (2006): Noise-cabaret che poteva uscire dalla sala per approdare su Load soltanto negli anni d'oro dell'harsh. Di una naiveteè che sfiora la no-wave, difficile giudicarlo se non si entra in sintonia con la sua demenzialità e l'approccio iconoclastico. Io non ci sono riuscito. 5/10

Fire! ‎- She Sleeps, She Sleeps (2016): Un'ode al narcisismo minimalista: lunghi e compassati smooth-jazz per batteria, basso e sax, altro che l'Orchestra. Con tutto il rispetto per Gustafson, che viene definito come un Dio da chiunque; alla fine del disco provo il desiderio di non sentire più un sax fino a domani. 5,5/10

Grouper - Shade (2021): Se non ci fossero stati Ruins e Grid Of Points nel mezzo, avrei detto che ormai lo space-folk bucolico di Liz Harris non mi invitava più di tanto. Fa uno strano effetto:  la classe ed il trademark rendono il disco confortevole e gradito, come un ritorno a casa (non siamo certo ai livelli degli AIA, però) dopo una lunga e difficile trasferta. Ma è fin troppo chiaro che i due sopracitati erano una (felicissima) anomalia. 6,5/10

Urban Sax - Urban Sax (1977): Un esercito di sassofonisti al servizio di Gilbert Artman, che compose due lunghe digressioni in stile minimalista, per mezzo di bordoni ottonati imponenti, con pochissime increspature sul tema. Sulla carta una bella sfida, in pratica di una noia ottundente, anche a causa del suono, una muraglia che lascia poco spazio alla suggestione. 5/10

Dharma Quintet - End Starting (1971): Free-jazz francese da parte di un quintetto che suona furioso e schizofrenico, come se fosse l'ultimo giorno di sempre, ma con perizia. La prima parte è notevole, poi la soglia dell'attenzione scende un bel po', fino a ridursi al lumicino. Motivo?  6,5/10

Univers Zero ‎- Univers Zéro (1977): Impossibile criticare esteticamente la musica dei belgi storici rappresentanti del pentagono RIO, perchè tecnicamente fu una delle più complesse ed ambiziose, colte e preparate del dopoguerra. Nè jazz nè prog, neanche Zeuhl nonostante vaghissima parentela con i Magma. Il problema è districarsi nel groviglio, ed è interamente responsabilità mia, perchè vorrei innamorarmi delle splendide partiture percussive, degli assoli di fagotto, dei temibili cunicoli dei violini, delle minacce aleggianti di spinetta.....ma proprio non ci riesco.  6,5/10

Helen - The Original Faces (2015): Progetto one-shot di Liz Harris con un paio di soggetti sostanzialmente poco conosciuti, per un grumo di indie-shoegaze-noise-pop, un po' Slowdive e un po' MBV, con qualche curioso richiamo alle chitarre di Flying Saucer Attack. Fin troppo facile ipotizzare che forse sia stato only for fun. A seconda dei gusti 6/10

P16.D4 ‎- Acrid Acme (Of) P16.D4 (1989); Fine della corsa del collettivo tedesco che a metà anni '80 fu al vertice del collage organico post-industriale, con due dischi micidiali. Per sonorità così incompromissorie è più facile arrivare a saturazione, e anche se ci diedero dentro come prima il brodo fu allungato più del dovuto. 6,5/10

Inventions - Inventions (2014): Niente, questo progetto fra Matt Cooper e Mark Smith non mi ha trovato proprio entusiasta, nonostante sulla carta potesse essere una bomba. E' un electro-post-rock canonico, baldanzoso ma sognante, che alla fine non acquisisce matrici fondanti nè di uno nè dell'altro. E magari è proprio quello che i due si auguravano. Io mi auguravo soltanto qualcosa di più bello, mica avevo delle grandi pretese....... 6/10

Musica Elettronica Viva - The Sound Pool (1970): Il buon Alvin Curran aveva voglia a prendersela con i due francesi che erano scappati oltralpe a fare il disco della NWW List, che era soltanto meglio di questo agit-prop belluino e barricadero. Urla, percussioni, fischi e fiati in totale libertà, non per fare casino ma per fare concetto. Influente su certo weird americano degli anni Zero, quessto è certo. 6/10

Magnetic Fields ‎- Holiday (1994): L'ultracelebrato indie-synth-pop dei MF in uno dei primi dischi, purtroppo non mi fa un effetto diverso dagli altri. L'inizio sembra promettere molto bene ma la cascata iper-caramellosa sulla lunga distanza mi resta indigesta. E non vale neanche la scusa dell'ascolto distratto, superficiale, etc perchè questa è roba ad assunzione diretta istantanea. 6/10

Love And Rockets ‎- Seventh Dream Of Teenage Heaven (1985): L'ultimo sbiadito Bauhaus aveva confermato il declino di un unità creativa che non sapeva esattamente dove andare a parare. E confermato che Peter Murphy era più che un semplice cantante. I 3 strumentisti ci provarono con un post-wave bizzarro e manieristico, sospeso fra tentazioni acustiche, psichedelia e sirene '80, fortemente penalizzato dalla debole vocalità di Ash, sottotono persino come chitarrista. 5,5/10

Kukangendai ‎- 190609 Palm Release Live (2020): Vale esattamente lo stesso giudizio del disco in studio, vista la grande perizia del trio nipponico nel replicare dal vivo. Ma io non li dò ancora per persi. 6/10

lunedì 28 febbraio 2022

Scarti da TM #71


Men - Open Your Heart (2012): Inspiegabile a mio avviso l'esagerato consenso nei confronti di questo combo. Garage hi-fi, brevi bordate post-hc, qualche scampagnata folk e that's all folks. Nessun segno distintivo, chessò, un cantante bravo, un chitarrista originale, niente. Il limite più grande di questa musica sta nel fatto che il limite è circoscritto, e non si fa nulla per uscirne. 5,5/10

Lard Free - Unnamed (Recorded 1971-72): Registrazioni inedite antecedenti al primo grande album degli Sgrassati, pubblicate un quarto di secolo dopo. Ben poco a che vedere con quel brillante debutto: un free-jazz atipico ma un po' sconclusionato, con un vibrafono invadente ed il chitarrista un po' casinista. Qualche geniale gene anticipatorio comunque si sente. 6/10

Areknames - In Case Of Loss (2010): Difficile fare di meglio dei precedenti due, eccellenti prove di neo-prog tecnico ma ben centrato sulle atmosfere. Epifani per il terzo ha creato un lavoro quasi orchestrale, molto estetico, ma che perde di vista quelle profondità che avevano illuminato soprattutto il secondo. In due parole, troppa carne al fuoco, troppe girandole compositive, l'inguaribile mania dei progsters di farsi più grandi che fa vittime anche 30/40 anni dopo. 6/10

Arab Strap - As Days Get Dark ⁄ Demos (2021): Quando si parla di feticismo arabstrapiano sono sempre stato secondo a pochi. Però mi sfugge il senso di questa operazione, peraltro per un album suonato soltanto da loro due, replicato in tutta la scaletta, ad uno stadio di lavorazione di poco precedente il definitivo. Uno spreco, da dimenticare per la loro fedina. 5/10

Roger Waters - The Pros And Cons Of Hitch Hiking (1984): Me la immagino, la faccia di Gilmor quando RW propose ai PF di scegliere fra The Wall e questa tronfia pedanteria. Tanto valeva andare sul teatrale spinto, almeno i pezzi c'erano, qui c'è solo la peggiore autoreferenzialità di Waters, con l'aggravante di un Clapton petulante ed irritante. 5/10

Bob Mould ‎- Blue Hearts (2020): E' oggettivamente impossibile parlare male di questo ennesimo di BM, perchè di fatto è un manuale automatico del suo power-emo-pop, che pesca molto dall'area Sugar con cui (giustamente) incassò nei '90. E si dice sia un ritorno di forma dopo anni di delusioni. E allora ne parliamo bene. Però non troppo, perchè se no sembra che 60 is the new 30 per ogni vecchia gloria che attraversa un periodo di forma, effimero o no. 6,5/10

Bachi Da Pietra - Reset (2021): Apprezzo abbastanza il nuovo corso dei BDP, con una vena quasi parodistica, ironia al vetriolo e parole forti snocciolate da Succi nel suo stile più vetriolico. In fase di arrangiamento, a tratti discutibili. Va bene reinventarsi il più possibile e cercare una nuova freschezza, ma gli antichi Bachi restano non replicabili. 6,5/10

Boris - Performing ''Flood'' (2013): Qualsiasi scusa è valida per riascoltarsi uno dei 2/3 capolavori dei Boris. Questa performance dal vivo del '13 non riserba sorprese, ma soltanto una riesecuzione fedele, cristallina nel pulito ed arroventata nel distorto. La registrazione non è eccezionale. L'abilità e la concentrazione nei momenti più placidi rende comunque giustizia. 7/10

Whipping Boy - 2021 Heartworm (Expanded Version): Operazione che per il 25ennale ci può stare in chiave revival, ma che non aggiunge nulla al vibrante originale. Un intero cd di bonus che annovera versioni grezze con titoli diversi, demos alternativi, una cover di Lou Reed e le 3 b-sides dei singoli coevi, giustamente relegate a tali. Nessun inedito di fatto. Resta sempre un 8/10.

Whipping Boy - I Think I Miss You EP + Whipping Boy EP (1990): Gli esordi assoluti dei WB, all'insegna di un'acerbità sostanziale e di un suono (registrato malissimo) indeciso fra narcolessie Velvet, noise-pop alla Jesus & Mary Chain, trance galattica alla Loop e shoegazing emergente. Il potenziale in prospettiva si poteva percepire. Propedeutici alla maturazione. Rispettivamente 6/10 e 6,5/10

Vangelis - Heaven and Hell (1975): Uno degli innumerevoli colonnoni del greco, all'insegna della magniloquenza e del sinfonismo ibrido ma anche di incantevoli scenari bucolici e favolistici (la congiuntura temporale era ancora favorevole). Questi ultimi non hanno certo la preponderanza, quindi una media lorda fa 6,5/10

Vas Deferens Organization - The Idiot Parade (1998): Durante il loro periodo d'oro i VDO pubblicarono una tonnellata di album, fra cui alcuni frettolosi e poco lucidi come questo, una freakedelia impazzita che però puntava più su stati ludici di allucinazione, una grandissima ricerca dei suoni come loro usanza, ma ben poco che resti impresso. 6/10

giovedì 24 febbraio 2022

R.I.P. Mark Lanegan


Era il 1992, l'esplosione dei Nirvana aveva spaccato il mondo intero ed ero un adolescente affamato di nuove scoperte. Il mio amico Luigi, più grande di me di qualche anno e già bene avvezzo alle musiche d'America, mi passava qualche cassetta sdoppiata, periodicamente. Avevo letto Screaming Trees in qualche lista dei nomi più hype, ed era un nome che mi piaceva tantissimo; gli alberi urlanti, evocava tenebre e thrilling, sembrava differente dagli altri che trasmettevano più sicurezza, come la Gioventù Sonica, il Giardino del Suono. In quella cassetta c'era Sweet Oblivion. Discreto album, pensai, ma nulla per cui impazzire: mi piacque molto Nearly lost you, ma decisi di archiviare e non cercare o richiedere altro. Rispetto agli altri, gli ST mi sembravano più roots-oriented, e quella voce così profonda mi sembrava sprecata, non adattissima al contesto. Era una bella sfida, ma io cercavo altro ed alle mie orecchie il mix non innescava eccitazione.

Molti anni dopo ascoltai le prime cose degli ST e la mia opinione non cambiò un granchè, lasciandomi sostanzialmente indifferente al loro repertorio. Nel frattempo, a fine millennio Mark Lanegan era andato fisso da solo ed aveva guadagnato la notorietà di Blow Up, di cui diventò un idolo regolare, acclamato però quasi più per lo stile che per i risultati strettamente artistici. I suoi primi due album, contemporanei alla carriera in crescendo degli ST, mi erano piaciuti abbastanza e mi sentii incoraggiato ad approfondire, ma non ne ricavai un grande entusiasmo. Stringi stringi, Lanegan sembrava troppo dipendente dai collaboratori di turno e la sua voce era fantastica, ma era un'arma sola e poteva non bastare. Non percepivo autoindulgenza o referenzialità nei suoi lavori, soltanto non mi convincevano appieno (e a tratti mi annoiavano).

Lo lasciai perdere fino al 2018, quando ascoltai incuriosito il With Animals a 4 mani con Duke Garwood. Pensai, dev'essere interessante su un tappeto elettronico. Un altro album discreto e nulla più, e credo di non essermi perso nulla di epocale. Non ce n'è, mi arrendo. Mark Lanegan non mi conquisterà mai, ma forse io non gli ho mai dedicato l'attenzione che avrebbe meritato (così come lui ha dichiarato di non aver mai fatto nulla per la propria voce). Non sono riuscito a vederlo dal vivo ed un po' mi dispiace, perchè a volte vedere la gente live ti fa cambiare opinione (in meglio, ovvio). (Quando venne dalle mie parti, la leggenda narra che si fece mettere le tagliatelle al ragù sulla pizza. Solo un folle o un tossico poteva testare un esperimento del genere).

Oggi lo saluto con il mio pezzo preferito. La retorica non è mai stata il mio forte.