martedì 30 aprile 2019

Scarti da TM #45

Sightings - Michigan Haters (2002): Temibilissimi, caotici, ultrarovinosi i primissimi del noise-trio, forse un po' acerbi in prospettiva dei mezzi miracoli che riusciranno a fare in successione. Comunque bravi nei loro tellurismi spastici, a loro modo creativi e persino interessanti nei pezzi da 8/9 minuti. Certo che arrivare alla fine è dura, ma ricompensa. 6,5/10

Dirty Projectors ‎- Lamp Lit Prose (2018): Gli arrangiamenti sono cangianti e il songwriting è a tratti brillantissimo, ma tutti quei coretti in falsetto e le derive ultra-pop rendono diabetico gran parte dell'insieme. Paradossalmente se si fossero presi più sul serio sarebbero stati più simpatici. 6/10

Mark Kozelek - Mark Kozelek (2018): Nonostante un ritorno a dimensioni più intimiste rispetto all'orribile pseudo-rap del 2017 e qualche armonia in penna delle sue, non c'è quasi speranza che Markone rinsavisca e la smetta di farneticare questi interminabili monologhi che sinceramente hanno un po' rotto i maroni. 5/10

Dadamah - This Is Not a Dream (1995): Lo-fi-psych mutuato dai Velvet Underground, con quelle morbosità innocenti tipiche, un buon lavoro di chitarre (Roy Montgomery), ma alla lunga un po' troppo letargico. Indicato generalmente come una pietra angolare del genere, mi lascia abbastanza disinteressato. 6,5/10

Grifters - So Happy Together (1992): D'accordo, un disco coraggioso e pieno di spunti il debutto dei memphisiani, ma in prospettiva inferiore ai due successivi (soprattutto il capolavoro Crappin' you negative), cioè meno ricco di quelle trovate melodiche geniali. Qui si prediligevano i colpi di scena sonori, perdendo un po' il filo del discorso. 6,5/10

Jessamine - Another Fictionalized History (1997): Raccolta di singoli, che detta così suona strano per un gruppo ai margini come i Jessamine, a metà '90s stabili su Kranky, dediti ad una psichedelia invero letargica, semi-rumoristica, dediti alla jam e ben poco concentrati ad una visione d'insieme. In una parola, noiosi. 6/10


Cluster & Eno - Cluster & Eno (1977): Fascinosa joint-venture sulla carta, non troppo riuscita nella pratica. 9 vignette brevi e mixed feelings, dall'ambient al minimalismo, in una veste non molto omogenea. Autoreferenziale nonostante i suoni siano fantastici. 6,5/10

Daniele Patucchi - Man from deep river (1972): Il refrain principale è da manuale come si conviene ad un nostro purosangue di razza della soundtrack, mai abbastanza citato nelle cronache. Peccato che venga ricoperto di dialoghi e riprese che lo rendono un documento fine a sè stesso, forse per mancanza di qualcosa di più ufficiale. 6,5/10

Great Saunites - Brown (2018): Disco confusionario, troppo preso dalla smania di svariare nel suo minimalismo e citazionismo e situazionismo che non porta un granchè in là. Questa deriva intellettuale che hanno imboccato i GS non mi sfagiola. 6/10

Red Stars Theory - But sleep came slowly (1997): Se esistesse un sensore che indica la percentuale di Novantaesimo in un disco, questo direi si assesterebbe al 99%. Buon indie-emo-slowcore, diciamo fra Rex, Joan Of Arc e Modest Mouse, forse mancano un po' i colpi compositivi. 6,5/10

American Football - American Football (LP2) (2016): Per quanto sia formalmente impeccabile, suonato da dio e gradevole, non riesco ad impazzire per il ritorno dei numi tutelari dell'emo-soft (perchè soft è, sfido chiunque). Cantilene tortuose, intarsi di chitarre complicati quanto leggeri, voce un po' fastidiosa nel suo inerpicarsi. Torpore sommario. 6/10

Brian Case - Plays Paradise Artificial (2018): Il mitico BC gioca a fare il tenebroso crooner elettronico, come se volesse dare una sua interpretazione glaciale dei Suicide. Non mancano buoni momenti ma l'impressione è che si sia dato ad un esercizio di stile che non è proprio nelle sue corde. Ma una reunion dei 90DM, no? 6/10

Guru Guru - Kanguru (1972): Meglio del precedente Hinten ma ancora nulla di fronte a quell'UFO con cui bombardarono la terra un paio d'anni prima. Senza quegli sballi, GG era un power-trio muscolare di space-blues sul pezzo ed avvicente, ma il fattore sorpresa era definitivamente bruciato. 6,5/10

Mount Eerie ‎- Now Only (2018): Col lutto che ha subito, a Phil Elvrum si perdona tutto, anche un disco svanito, monotono e privo di impennate come questo, che peraltro soffre di una verbosità eccessiva, diciamo grossomodo il morbo dell'ultimo Mark Kozelek. Contagio? 6/10



domenica 31 marzo 2019

Scarti da TM #44

Pontiak - Dialectic of Ignorance (2017): Pur continuando a tenere una più che buona qualità media, noto che i Pontiak forse hanno raggiunto il punto di saturazione. Più di un momento di DOI mi ha ricordato i Pink Floyd della maturità, e non è un male ma forse la carenza di reale ispirazione è il pericolo dietro l'angolo per il loro suono bello pieno saturo. 6,5/10


Equiknoxx - Bird Sound Power (2016): Un elettronica stentorea, con un pizzico di rappato, improntata su un songwriting interessante e non algido. 6,5/10

Suishou No Fune - Suishou No Fune (2005): Debutto del duo nipponico che 3 anni dopo farà grandi cose con Prayer for chibi. Qui ancora un po' acerbi come pronipoti di Keiji Haino virato light ma già personali, con una batteria che spunta in due pezzi, una sommaria approssimazione, insomma idee chiare ma mezzi ancora lievemente deficitari. 6,5/10

Umberto Maria Giardini - Futuro Proximo (2017): Non un disco deludente, ma evidentemente sotto gli standard a cui UMG ci ha abituato. Soltanto mancano quelle impennate di magica ispirazione che lo marchiano come più grande cantautore italiano degli ultimi 20 anni. Ho avuto qualche timore, fortunatamente risolto col nuovo, splendido Forma Mentis. 6,5/10

Vic Chesnutt ‎- North Star Deserter (2007): Mi ero illuso di aver trovato un semi-idolo, seppur in ritardo. Invece temo che West of Rome sia rimasto un caso unico, perchè Drunk è deludente e anche il Chesnutt degli ultimi anni, sempre più in preda alla depressione, non mi ha entusiasmato per niente. 6/10

Buñuel ‎- The Easy Way Out (2018): Mostra leggermente la corda rispetto all'ottimo esordio il super-quartet italo-ESrobinsoniano, in classica vena 90's noise-rock, ma avvantaggiato da una produzione come sempre super-impeccabile (Iriondo) che rende giustizia piena. Mancano semplicemente i colpi di reni che avvantaggiano A resting place for strangers. 6,5/10

Hector Zazou ‎- Sahara Blue (1992): Una rassegna di ospiti di tutto rilievo per questo omaggio a Rimbaud. Il che finisce per essere una sagra della vanità, come spesso in questi casi dove il direttore si limita a comporre e a far eseguire a cotanto stuolo. Un art-world salottiero che la grande Ophelie non basta a risollevare dalla mediocrità generale. 5,5/10

Movietone ‎- Day And Night (1997): Avessi fatto io un 20 Essentials dello Slow-Core avrei barato mettendo 3 Red House Painters, 2 Codeine, 2 Idaho, e non avrei riempito i vuoti con dischi scialbi, letargici e piatti come questo. 5/10

giovedì 28 febbraio 2019

Scarti da TM #43

Kill The Vultures - The Careless Flame (2006): Vale lo stesso discorso che feci tempo fa per i New Kingdom: odio l'hip-hop, ma se dovessi essere condannato ad ascoltarlo, questo va bene.  Poco invasato, suono polveroso ed organico, abbastanza breve per non stancare. 6,5/10

Mark Sandman - Sandbox (2004): Raccolta antologica con ben 31 inediti (!) di tutta la carriera di MS, quindi anche fuori dai Morphine. Qui sta il problema: la sua essenza era di cantautore pop, e finchè era contenuta nel magic-trio si esprimeva al meglio. Fuori da esso, il giudizio è impietoso. Almeno 20 tracce sviano su un caramello fangosissimo, e sono talmente mediocri che era meglio tenerle nel cassetto. 5,5/10

Formula 3 - Sognando e risognando (1972): Due pezzi normali di Battisti/Mogol e due lunghe suite autografe, nel tentativo di smarcarsi con autorità. Molto bella L'ultima Foglia, scolastica Aeternum. Era un prog molto ben suonato e persino personale, ma le influenze mainstream pesavano un po'. 6,5/10

Egg - The Civil Surface (1974): Uscito praticamente postumo, anzi, assemblato per terminare lavori rimasti incompleti. Lo stile è quello dei grandi primi due, ma una certa autoreferenzialità si era fatta strada, andando a complicare le cose oltre il dovuto. Era il destino comune di tutto il prog & affini, dal quale non sfuggiva neanche questo grande trio incompreso. 6,5/10

Andy Anderson

A certe cose non ci pensi mai. In questi giorni tiene banco il lutto, molto più circolare, di Mark Hollis, che meriterebbe libri su libri anche soltanto per il suo silenzio. Poi oggi scopro che è venuto a mancare Andy Anderson e penso, diavolo, se non erro è il primo Cure a lasciare questa valle di lacrime. E' con ogni probabilità il più anziano ad aver mai militato (classe 1951), ed era stato in formazione per poco tempo, fra il 1983 e l'84. Entrò ad altezza Lovecats e fu sbattuto fuori durante un tour nell'anno successivo; pare che fosse un bevitore di grande levatura, una notte sradicò un albero (!), aggredì tutti i compagni fisicamente e si chiuse in camera, disseminato di pezzetti di corteccia. La mattina dopo venne svegliato con cautela, non fece storie quando gli venne notificato il licenziamento, e si costruì una carriera di session man di tutto rispetto, includendo Peter Gabriel e Mike Oldfield fra i più famosi.
Era evidentemente un batterista eclettico, l'ideale per la svoltina di Japanese Whispers, con quel suo stile felpato, ritagliato appositamente per Lovecats e Speak My Language, ma in grado di far gran bella figura anche su The Top, caratterizzato da tanti stili per quanto imperfetto fosse quell'album, ed in grado anche di dire la propria su Concert, che metteva in mostra uno stile potente e primitivo, grezzo ed asciutto. Poi era chiaro che qualunque batterista venisse dopo Lol Tolhurst avrebbe avuto vita facile, ma AA aveva il potenziale per ritagliarsi uno spazio duraturo alla corte di Ciccio Smith. Senonchè andò come andò, ed il suo successore Boris Williams non lo fece certo rimpiangere.
Se ne va quindi un personaggio abbastanza marginale della saga quarantennale dei Cure. RIP.

domenica 17 febbraio 2019

Post-Shazam #2 - Mental Hour vol. 1 Lato B (1993)



Lato B - Track #2 (13)
Davvero nulla a che vedere con l'ambient. Un pezzo abbastanza canonico di wave-dub, ruspante e bello circolare, con tanto di assolo di chitarra. Dal canto sembrerebbe essere inglese, ma non ha nulla a che vedere con Pop Group, 23 Skidoo o affini. Direi più proveniente da degli ex-punk riconvertiti alla causa. Dovrebbe essere facilmente identificabile, per un espertissimo dell'epoca.


Lato B - Track #3 (14)
Un meraviglioso maelstrom che tutti gli indizi riconducerebbero ai Seefeel, se non fosse chè in tutta la discografia fino al '93 incluso non compare nulla del genere. Intervallata da un annuncio di Luca De Gennaro, è un vorticare di voci, flauti, percussioni, eminent, audio generators che ha del divino. 



Lato B - Track #5 (16)
Stesso identico discorso di sopra, applicato agli Scorn. Sembra un remix di Scorpionic rallentato, oppiaceo e denudato dal basso, ma alla fine la riflessione è che i casi sono due: o questi sono live mixes ad opera di Spillus oppure le bands facevano delle uscite laterali/limitate che non sono comparse su Discogs.

Lato B - Track #7 (18)
E giù nel gorgo rave, in piena. Ipercinesi acidissima, che in tutta onestà non saprei dire se catalogabile come house o altro affine. Potrebbe essere dei Future Sound Of London o di qualche belga della KK. Non è la mia priorità, comunque. All'epoca non fu certo questo che mandò in orbita la mia sensibilità.


Lato B - Track #9 (20)
Atmosfera quasi carpenteriana-cibernetica, con droni robotici in riverbero ed il monologo di uno yankee che sembra sbruffone ma al contempo anche quasi impaurito.


Lato B - Track #11 (22)
Di nuovo atmosfere techno-trance, questa volta più da club europeo che da acid-rave inglesi, da EBM, ciberneticamente allucinate. La qualità è davvero bassa ma dovrebbe essere facilmente riconoscibile da parte di un super-esperto del settore.


Completavano la C-90 questi altri artisti: Orb, Clock Dva, Pop Group, Embryo, Ozric Tentacles, Echo Art, This Mortal Coil, Shamen, Future Sound Of London, Porcupine Tree e Art Of Noise. 
Qui c'è il post originalmente apparso su TM#1, che fino a quando era possibile avere le statistiche di Mediafire aveva guadagnato n. 120 downloads.

Segue vol. 2...........

giovedì 14 febbraio 2019

Post-Shazam #1 - Mental Hour vol. 1 Lato A (1993)

Anche dopo 25 anni, non mi sono ancora arreso. Shazam ha fatto un ottimo lavoro, per essere un applicazione essenzialmente mainstream. Onore ai compilatori del database che hanno incluso nelle miniere Clock Dva, Ozric Tentacles, Embryo, Pop Group ed altre eminenze del sotto-suolo. So che non ci sono praticamente speranze, ma quantomeno un'appello scritto e reso pubblico viene rilasciato per restare. Qualcuno conosce titolo e/o artista nei video sottostanti?
Parto, superfluo, dal leggendario primo volume (aehm, la prima C-90, rigorosamente TDK) della Mental Hour di Planet Rock. Siamo nel Gennaio del 1993.
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Lato A - Track #1 (01)
Intro anomala. 20 Secondi di Contrabbasso Jazz, fluente e felpato, folate di archi, piano in contrappunto. Collage? Estratto da un classicissimo del genere? O da un oscuro?


Lato A - Track #2 (02)
Purissimo tribal immerso in una giungla. Solo percussioni, un ronzio (credo il didjeridoo), ipnosi e girotondo incessante. Un minuto e mezzo.


Lato A - Track #3 (03)
Ancora tribalismi, ma di respiro ampio. Il flautino Andino svisa in libertà, trasportato dal vento, per poi atterrare attorno ad un falò, dove un gruppo di uomini grida ritmicamente, con enfasi, invocando chissà cosa
.

Lato A - Track #5 (05)
Torniamo in città. Il reading di un uomo, molto probabilmente anziano, asettico ma al tempo stesso inquietante, prima compatto e poi in sfaldamento, quasi robotico. Gli ultimi 30 secondi, un piano atonale, molto più inquietante, a volume basso, proveniente da una stanza attigua. Altissimo tasso di suspence. Cosa può succedere?


Lato A - Track #7 (07)
Dieci minuti netti, uno streaming techno-ambient molto romantico. Ritmo sostenuto ma non da club, refrain principale robotico ma profondamente melodico. Lo direi di provenienza europea, ma non dalla Perfida Albione, realizzato da artisti con delle influenze gotiche contaminate dai corrieri tedeschi. Chi mai sarà? Forse dei tardi Tangerine Dream?


Lato A - Track #8 (08)
Un fascinoso loop di armonici (piano elettrico o chitarra?) su cui si srotola un androide vocoder annunciatore, che inneggia al mitico Spillus DJ.

giovedì 31 gennaio 2019

Scarti da TM #42

Neutral Milk Hotel - In The Aeroplane Over The Sea (1998): Un decantatissimo della critica, specie da BU. Un cantautorato pop-acustico ma eseguito con un'urgenza ed una frenesia quasi inarrestabile, quasi tutto con chitarra, qualche ritmica e qualche fiato, ed una voce esacerbata. Qualche buon pezzo c'è. Ma io non arrivo al 7/10.

Peaking Lights - Cosmic Logic (2014): Gettano la maschera e si danno al synth-pop hypnagogico con voce ingenuamente stonata. Le chitarre non esistono più. E' stata una scelta di campo importante e forse anche coraggiosa. Alla fine è persino gradevole perchè non ruffiano, ma quelle di 936 erano ben altre luci. 5,5/10

Blues Control - A Full Tank (2007): Questi sono (erano?) i BC: un duo di sballati persi, in grado di prodezze come il primo album o di nefandezze come questa accozzaglia confusa, registrata malissimo, con inspiegabili inserti di Guns'n'Roses, giochini blues inqualificabili, e poca della sbobba su cui si esprimevano al meglio. 4,5/10

Rovescio Della Medaglia - Io come io (1972): Inferiore al mitico La Bibbia, forse perchè improntato su una maggiore cervelloticità e danneggiato da una produzione asettica come pochi altri in quegli anni. Ottimi momenti nella seconda metà, comunque. 6,5/10

Tomografia Assiale Computerizzata - Il Teatro Della Crudeltà (1987); Electro-art-post-RIO, molto distaccato dal debutto di pochi anni prima che avevo apprezzato. Di certo era una proposta molto originale, ma piuttosto dispersiva, troppo legata ad un flusso di immagini che occore visualizzare nella propria mente, e non è facile. 6/10

Tiziano Popoli & Marco Dalpane - Scorie (1985): Zingales è un grande, niente da dire. Mi ha fatto scoprire cose incredibili ma ogni tanto mi frega, specie su Rewind, quando parla di presunte perle disotterrate dal nulla come questa specie di new-age fatta con quelle tastierone MIDI che fanno accapponare la pelle. E non è la prima volta, confesso. 5/10

Fugazi - The Argument (2001): L'ultimo Fugazi era l'istantanea di un gruppo forse in discussione, indeciso sulla direzione da prendere: proseguire con la sperimentazione o tornare a rollare come all'inizio? Frutto di una probabile faida interna, non accontentò nè gli uni nè gli altri. Poi oh, erano sempre i Fugazi. 6/10

John Carpenter ‎- Anthology (Movie Themes 1974-1998): Remake interno di certuni classici. Senilità apparente per Carpenter che si auto-celebra, con un autoironia quasi insospettabile. Il trattamento è hauntologico con qualche caduta nel tamarrismo più totale, come l'iniziale. Certi brividi sono perpetrati, anche in contesti dubbi. 6,5/10

Guru Guru - Hinten (1971): La maledizione di UFO, la pietra miliare di esordio, fu deleteria per i GG. Da temibili e sbandati psych-corers si trasformarono in professionisti dello sballo, e per quanto Hinten sia gradevole, non può reggere il confronto con quel monumento dell'anno precedente. 6,5/10

Quicksilver Messenger Service - Winterland November 1968: Gran fregatura, questo live di cui da qualche parte avevo letto si trattasse di una variante da sballo di Happy Trails. Sorpresa, è esattamente quello replicato e perlopiù con una patina ingiallita (dovuta alla non produzione). Il resto poi è passabilissimo, a parte Smokestack lightning. Doppione pressochè inutile. 6/10

Watter - History Of The Future (2017): Non mi convince di nuovo, il secondo album side project di Zak Riles dei Grails; ancor di più perchè il mito Britt Walford c'è e non c'è, e pare che ora sia fuori. In ogni caso, siamo sul versante Grails un po' più ripulito e fin troppo estroso, girandolante e policromo. A tratti bello, ma non abbastanza per stregare. 6,5/10

Dzyan - Electric Silence (1974): Psych-Kraut di bassa classifica, per un terzetto teutonico molto tecnico, ai limiti del jazz-rock più estatico. Vanità e velleità, sventagliate di sitar, ritmica a parte ma che quando si sveglia, scatenatevi bestie. La differenza con gli Ash Ra Tempel non era nel talento, era nelle visioni. 6,5/10

John Lennon & Plastic Ono Band - John Lennon & Plastic Ono Band (1970): Ho sempre trovato irritanti i Bitolz, e non sopporto neanche il Lennon più maturo, proprio perchè aveva pose e velleità intellettuali che fanno quasi sorridere. Risibili le ritmiche, prosciugate le canzoni, ben poca sostanza e tanto fumo. E la Ono? Qualche abbellimento superfluo. Bah. 5/10

Giles Corey - Deconstructionist (2012): Le note: This is not a regular album, e via con un pistolotto filo-medicale che fa incuriosire. In realtà Barrett ha partorito un mostro da un ora e mezza, un concept su temi leggerini come il suicidio, che vive di stasi insopportabili, di suoni che non vanno da nessuna parte, di ossessioni da cella d'isolamento. Non va. 4,5/10