lunedì 30 settembre 2019

Scarti da TM #50

Sun Araw - Ancient Romans (2011): Molto intrigante il concept sull'antica Roma, ma Cameron Stallones qui ha toppato. Un album troppo lungo, troppo diluito, in cui le idee vengono spalmate fino alla disidratazione totale. 5,5/10

Baker ⁄ Coloccia ⁄ Mueller - See Through (2019): Una specie di ambiet tribal-ritualistica, con i vocalizzi estatici della Coloccia, i tappeti estetici di Baker e le percussioni ipnotiche di Mueller. L'effetto finale è anestetico. E non è un grosso complimento. 6/10

Ain Soph - Kshatriya (1988): Sigla italica di lungo corso dell'esoterismo. Musica per rituali magici. La prima metà del disco è di una pesantezza mortale. La seconda migliora decisamente, ma non basta per averne una reputazione buona. 6/10

Mogwai ‎- Every Country's Sun (2017): Stanchezza, al primo disco dopo la dolorosa defezione di Cummings, la prima nella loro storia. Stanchezza che si fa quasi dilagante nella seconda metà del disco, dopo che la prima si era confermata agli ottimi livelli degli ultimi 4/5 anni. Ma diciamo che c'è più di una giustificazione. 6,5/10

Alternative TV & Here And Now - What You See... Is What You Are (1978): Live-Split inspiegabile, sopratutto per l'epoca ma si sa che Mark Perry era un bastian contrario inguaribile. La facciata ATV è quella che comparirà sulla ristampa di Vibing Up...., proditorio e punk-art-punk in rapida progressione. Terribili invece gli Here And Now, con un hard-space-rock dozzinale e dilettantistico. La media fa 6/10

Father Murphy ‎- Rising. A Requiem..(2018): Triste commiato per quest'epica band italo/cittadina del mondo. Capisco la concettualità e tutto, ma si tratta praticamente di una statica liturgia per voci e pochissima strumentazione, con dell'elettroacustica che non ha mai centrato nulla con loro, con zero dinamiche. Sono stati grandi comunque. 5/10

Gentle Giant ‎- Acquiring The Taste (1971): Troppo elaborato, estetico e multiforme, paradossalmente. I GG non erano per tutti ed avrebbero focalizzato meglio negli anni successivi la loro infinita ambizione. 6,5/10

Windhand - Grief's Infernal Flower (2015): Speravo che i Windhand si evolvessero verso qualcosa di più maturo del doom neo-classico, perchè la voce della cantante e qualche buona trovata non bastano a tenere desta l'attenzione. Invece questo album conferma i loro limiti, aggravato dall'eccessiva lunghezza. Grande Kingfisher, almeno. 6,5/10

Slits - Cut (1979): Davvero paradossale leggere che si tratta di una pietra miliare del post-punk. Per me si tratta di un album di pop mascherato alla Clash, ma molto più edulcorato e pulitino. O una parodia di Siouxsie che si mette a cantare motivetti demenziali. Bah. 5/10

Giles, Giles And Fripp ‎- The Cheerful Insanity Of GGF (1968): Appena un anno prima di In The Court of KC, il primo passo di Fripp coi fratelli Giles per quello che restava un disco di vaudeville, per quanto elegante, sofisticato ed impreziosito dalle prodezze di Mastro Bob, già un fenomeno a 22 anni. 6,5/10

Paternoster - Paternoster (1972): Terribile psych-rock ecclesiastico da parte di una sotterranea unità viennese, unico album in vita. Alla fine, se ci si arriva con un minimo di vita, si odia il suono dell'organo quanto la voce del cantante e come se non bastasse, ci si sente più atei di prima. 4,5/10

LR & Puce Mary - The Closed Room (2011): Electro-drone-noise non eccessivamente ottundente, nè sofisticatamente elaborato. Interessante ma un po' lungo. 6/10

Kukangendai - Palm (2019): Clamorosa delusione per il nuovo dei 3 nippos ultra-math. Un disco dall'evidente approccio psichico, che resta pressochè dormiente, minimale, senza nessuna variazione per ogni tema, senza scossoni. Noioso, nonostante il suono sia perfetto. 6/10

Mark Kozelek With Ben Boye And Jim White - s/t (2017): Markone contagia persino suoi collaboratori estemporanei e dai curriculum esemplari. Musicalmente ci saremmo anche, con uno scazzato ghost-post-jazz-folk per lui inedito, ed un paio di pezzi sono anche molto belli, ma la sbrodolatura generale ed il kilometraggio lascia esanimi a terra, al termine. 5,5/10

sabato 31 agosto 2019

Scarti da TM #49

Moon Relay - IMI (2018); Elettro-rock teso e vagamente vintagistico da parte di norvegesi normalmente dediti al jazz moderno. Sembra uno scherzo, ed in effetti potrebbe esserlo; a volte infilarsi in un terreno che non è il proprio, anche se è più facile, può essere molto scivoloso. Ed in questo caso la noia assale, assale, assale......5,5/10

Alan Sorrenti - Come Un Vecchio Incensiere All'Alba Di Un Villaggio Deserto (1973): Nettamente inferiore a quel gioiellino che era Aria appena un anno prima, non soltanto per le composizioni un po' banalotte, ma anche per la relativa normalizzazione generale delle atmosfere. Passi decisi verso l'abisso. 6/10

Catapilla - Catapilla (1971): Paradossi giganti. Primo album, freschi di contratto Vertigo: jams jazz-prog-blues stantie appena nate. Secondo ed ultimo album, un anno dopo, già licenziati dalla Vertigo ed obbligati ad assolvere l'obbligo contrattuale, in formazione rimaneggiata: meraviglia assoluta. Questi furono i Catapilla; un controsenso. 6/10

Egisto Macchi ‎- Città Notte (1972): Un Egisto mellifluo, di servizio, disposto a zuccherare partiture sonnolente per chitarre acustiche e violino. Eppure le macchiate sparse non mancano, quegli impeti di follia ed avanguardia che tante prodezze hanno causato. Ma se paragonato ad altre opere del periodo, impallidisce. 6,5/10

Whitehouse ‎- Birthdeath Experience (1980): Soltanto un anno dopo l'illuminato Rampton di Come, William Bennett varava la Casa Bianca radendo al suolo qualsiasi velleità art, seppellendo tutto sotto una dannata coltre di power electronics e declamazioni stentoree. Non nego che ha un certo impatto, ma fu un colpo di spugna, innegabilmente. 6/10

Fernando Grillo - Fluvine (1976): Il Paganini del contrabbasso, per la collana Diverso della Cramps, in un lungo solo basato più che altro sull'esplorazione della gamma di suoni prodotta dal legnone. Ho sempre detto che i dischi di solo basso sono inascoltabili, almeno questo si fa interessante perchè a volte suona come un violoncello ma ragazzi, quant'è peso. 6/10

Plastic Crimewave Sound ‎- No Wonderland (2006): Una lunghissima, interminabile orchite provocata da un hard-psych ottundente, rasente lo stoner ma dall'evidente, sottile approccio concettuale. Difficile arrivare alla fine. 4,5/10

Pullman - Turnstyles & Junkpiles (1998): Delicato, sonnolento album di fingerpicking da parte di un supergruppo composto da membri del giro Rex, Tortoise ed affini. Praticamente un tributo a John Fahey, ed allora dipende tutto dai gusti; bucolico e sopraffino in un caso, noioso e melenso nell'altro. 6/10

Jesu & Sun Kil Moon - 30 Seconds To The Decline Of Planet Earth (2017): Kozelek ha contagiato Broadrick e domina l'ultimo J&SKM con la sua incontenibile logorrea; il problema sono anche le basi, che vanno da un elettronica minimale all'orrido simil hip-hop, perdono la loro coloritura dei precedenti e non bastano un paio di buoni acustici a salvare il baraccone. 5/10

Cloud Nothings ‎- Last Building Burning (2018): Continuo a pensare che Dylan Baldi abbia il talento per rilasciare un grande disco, però di fatto continua a farne dei discreti e poco più. Il suo cantautorato indie-hardcore-grunge ha raggiunto il perfezionismo, ma non sorprende. Manca il coraggio o siamo arrivati in fondo? 6,5/10

mercoledì 31 luglio 2019

Scarti da TM #48

Slow Mass - On Watch (2018): Post-hardcore altamente evoluto, ai limite dell'emo ma con una sua fisionomia, che non è ruffiana nè troppo grintosa. Certe cantilene poi spezzano un po' le tensioni positive, il che potrebbe lasciar sperare in un futuro roseo, previa una maggior coesione. 6,5/10

God Is An Astronaut - God Is An Astronaut (2008): Al 4° album, i GIAA avevano di fatto sparato tutte le cartucce possibile e la formula, per quanto bella ed avvincente, iniziava ad essere trita e ritrita. Ecco la differenza con i maestri Mogwai ed Explosions: la classe fa la differenza. 6,5/10

Aidan Baker - Still Life (2011): Ci mancava soltanto che AB si mettesse a provare ad imitare i Necks. Quattro lunghe digressioni per piano ed un po' di batteria, sul minimalismo compassato e più spoglio dell'iper-trio australiano. Ma il problema d'incontinenza di AB è sempre il solito: su 50 minuti totali, le idee valide si concentrano in 3/4' e tanti ne sarebbero dovuti uscire. 5/10

Azure Ray - November (2002): Qualcuno me l'ha consigliato, non ricordo chi. Duo femminile, cantautorato folk-pop, ai limiti del mainstream, in una metà. Discreta l'altra metà, più raccolta ed intimista. La media fa 5,5/10.

Darkside ‎- All That Noise (1990): Il primo del gruppo di Pete Bassman dopo l'uscita dagli Spacemen 3. Psycho-pop che più vintage non si può, con folate di organo a banchi, chitarra alla Krieger, e la pessima voce del leader. Pezzi soporiferi. Andrà 100 volte meglio col successivo e finale Melomania. 5/10

Free - Fire And Water (1970): Una volta amavo i Free, soprattutto per la loro genuinità. Oggi non è che li disconosco, ma ammetto che non erano dei fenomeni in scrittura e i dischi in studio erano prodotti con grosse lacune. Per cui ritengo vadano relegati nella serie B del blues-rock, la quale di per sè non è una condanna. 6,5/10

Miranda - Inside the whale (2003):  Primo disco dei fiorentini, piacevole anomalia a base di post-rock, math e post-hardcore. Un debutto acerbo, indietro rispetto a quanto faranno in seguito, con un mixaggio pessimo, qualche iterazione di troppo ed una derivazione molto chiara (USA). Certo che rispetto ad altre ciofeche italiche, però, sempre grasso che cola. 6,5/10

Cough - Ritual Abuse (2010): Doom-metal ultra-stereotipato per 4/5, con unica eccezione in un gran pezzo che li fa sembrare dei pesissimi Dead Meadow pietrificati. Qualcosa ce l'hanno e l'hanno dimostrato in seguito (vedi split con i Windhand), ma a fare della roba così ci vuole fegato e faccia tosta, per prevalere sulla concorrenza. 5,5/10

Dead Rider - Dead Rider Trio featuring Mr. Paul Williams (2018): Interlocuzione di Todd Rittmann a supporto dello sproloquio di tal Paul Williams, a me totalmente sconosciuto. In pratica una serie di jams su uno spoken word ininterrotto, sempre di gran razza ma evidentemente realizzate con scazzo e senza tanto fondamento. Pausa creativa, diciamo. 6,5/10

Omega Tribe - No Love Lost (1983): Mi si proponevano come alter-ego dei Crass, con una maggiore propensione però alle commistioni wave. Generalmente buono ma ce ne correva abbastanza, per eguagliare quella creatività. 6,5/10

Third Ear Band ‎- Alchemy (1969): Molto inferiore al successivo che resterà più scolpito nella memoria collettiva. Qui più che altro c'è creazione di ambienti ancestrali, ma grosse idee innovative quasi nulla. 6/10

Constance Demby - Novus Magnificat (Through the Stargate) (1986): Discone beatificato ai 4 venti come colosso della new-age, persino da PS, ma che secondo me, nella sua solennità satinata/elettronica finisce ridimensionato rispetto al grandissimo Sacred Space Music, il suo umilissimo ed austero capolavoro. 6,5/10

sabato 13 luglio 2019

Post-Shazam #4 - Mental Hour Vol. 3 Lato A+B (1993)

Lato A - Track #2 (2)
Un bell'affresco cosmico di 7 minuti, basato su una sequenza circolare di 4 note, con i sequencer minacciosi in sottofondo ma mai preponderanti.


Lato A - Track #4 (4)
A volte capitava che il conduttore di turno elencasse gli artisti contenuti nel mixtape, con fretta e foga visti i ritmi alti della trasmissione. Non era facile capire i nomi, a volte, anche perchè erano a me del tutto sconosciuti. Alcuni di questi sono stati corretti nel tempo, sia dalle conoscenze intercorse che per merito di Shazam. Ma il dubbio spesso resta, ed il fascino del mistero ha lo strapotere.
Questa dovrebbe essere dei Front Line Assembly, ed è un minuto e mezzo per fiati, droni cosmici e voce femminile disperata.




Lato A - Track #6 (6)
Possibile sottofondo saltellante di Sextant, ovvero un duo techno-trance con Pete Namlook, inserito in un mixtape che perpetra la voce robotica della traccia precedente (Meat Beat Manifesto). Ipnosi meccanica in pista.



Lato A - Track #9 (9)
Un ethno-beat pulsante in una sequenza intrigante, per neanche due minuti che sfumano nel giro corrosivo iniziale di Assassin degli Orb.



Lato B - Track #2 (12)
Cattedrale imponente di Eminent. Solennità.



Lato B - Track #6 (16)
Splendido mini-collage per sgocciolio di e-piano, sinusoidi di moog e voce femminile operistica. 



Completavano la C-90 questi altri artisti: Psychick Warriors Ov Gaia, Polygon Window, Meat Beat Manifesto, John Carpenter, Jean Michel Jarre, Recoil, Space, Banco De Gaia, Cluster, System 7, Orb, This Mortal Coil e Future Sound Of London.
Qui c'è il post originalmente apparso su TM#1, che fino a quando era possibile avere le statistiche di Mediafire aveva guadagnato n. 57 downloads.

Segue vol. 4....

domenica 30 giugno 2019

Scarti da TM #47

Current 93 - Imperium (1987): Cercavo Imperium V, una imperiosa folk ballad dal vivo che conoscevo dai tempi di Planet Rock, presente però è sul live Hitler As Kalki. Qui ci si ferma al 4, ed è un disco un po' confuso, sospeso fra i demoni dell'inizio e qualche trovata kitsch, qualche caduta di dubbio gusto. Nel complesso buono ma non eccelso. 6,5/10

PJ Harvey - Rid of me (1993): Ai tempi non mi faceva impazzire ed oggi altrettanto. Diciamo che ho sempre preferito la PJ irresistibilmente femmina, e non il maschiaccio aggressivo degli inizi. Ottima la produzione di Steve Albini ma le songs non erano in fondo così memorabili. 6,5/10

Monster Magnet - Dopes to infinity (1995): Primo segno di declino inarrestabile per Dave Wyndorf, dopo lo scintillante major Superjudge. Un disco con 2-3 perle ma troppo lungo e tirato con poche idee sostanziali, in una parola stanco e forse vittima di una riacquistata "lucidità" mentale. 6/10

Mandragora ‎- Over The Moon (1988): Space-garage-rock vigoroso sulla scia degli Hawkwind di fine anni '70, con qualche interferenza world, sixties e persino punk. Un albo colorito e vivace, con tutti i limiti del genere, che dopotutto era pur sempre un rimasticamento non troppo creativo di un passato glorioso. 6,5/10

Soft Machine ‎- Man In A Deaf Corner (Anthology 1963 - 1970) (2001); Antologia piuttosto raffazzonata. C'è l'intero Live in Paradiso 1969 che conoscevamo, c'è un'accozzaglia di improvvisazioni delle origini di natura ultra lo-fi, invero sconclusionate, estratti sparsi del 69/70, e persino una As long as... riregistrata nel 2000 con Jakzik alla voce. Un po' troppa carne al fuoco, e alcuna davvero passabile. 6/10

Bark Psychosis - Replay (Live 1991): Ad aumentare ulteriormente il caos seminato dalla sovrapposizione di Game Over e Independency, ci mancava solo questo che di  veramente inedito propone uno stralcio live del 1991, in una fase interessante ma ancora un po' embrionale delle meraviglie di lì a pochissimo. 6/10

Robert Fripp - Exposure (1979): Non ho mai amato il KC mark II, quello di Belew, per intenderci. E questo va sostanzialmente in quella direzione, di decostruzione della canzone pop, ma con quintalate di narcisismo, salvataggi di Peter Hammill e cadute di tono inspiegabili se non nel complesso di un'operazione concettuale molto intellettuale. 6,5/10

Sebadoh - Sebadoh III (1991): Il più celebrato disco dei Sebadoh, ma a mio avviso inferiore ad altri limitrofi. Troppo lungo, forse, e dispersivo. Più d'un pezzo è quasi irresistibile ma altri calano la media. 6,5/10

Sigillum S - Dispersion Sliced Carrions And Pixel Handcuffs (1991): Le sonorità fanno decadere il valore intrinseco di questi maestri italici dell'esoterico. Troppi alti, e paradossalmente patinati. 6,5/10

Gnidrolog ‎- ...In Spite Of Harry's Toe-Nail (1972): Omaggiati dai nostrani Areknames, furono un nome di serie B del prog inglese. E se non li conosce nessuno ancora oggi, un motivo preciso c'è: avevano velleità importanti ma non erano semplicemente niente di che. Prog semi-pirotecnico con tanto flauto, chitarra aggressiva, didascalie a non finire e poca sostanza. 6/10

Fiery Furnaces - Bitter Tea (2006): Art-pop-vaudeville con tanti fronzoli, immerso in una bolla piacevole di melodie condotte da tastiere auliche. A volte sembra la versione rinascimentale dei Built To Spill, ma con composizioni più elaborate. 6,5/10

Bauhaus - Gotham (1999): Ben ricordo il clamore della reunion, specialmente su Rockerilla, che sembrava preludere un ritorno in grande stile. In realtà questo live non andò oltre una dignitosa professionalità; grande materiale, buone esecuzioni, ma poca aria fresca. 6,5/10

Roger O'Donnell ‎- The Truth In Me (2006): Il talentuoso tastierista dei Cure da solista, con un disco praticamente solo per Moog, qualche beat e qualche vocals femminile. Composizioni circolari, pigre e leziose, per un complesso così svenevole e con poche idee da annoiare a morte. Vade retro. 5/10

sabato 8 giugno 2019

Post-Shazam #3 - Mental Hour Vol. 2 Lato A+B (1993)


Lato A - Track #2 (2)
Due minuti di sola voce femminile acrobatica, trattati, effettati e manipolati all'inverosimile. Davvero difficile ipotizzare chi l'abbia prodotto, se la cantante stessa oppure se si sia trattato di una commissione. L'effetto è disorientante, quindi credo che l'obiettivo sia stato raggiunto. 


Lato A - Track #4 (4)
Un minuto e mezzo incastrato fra un drone dei Cranioclast e un nembo illusionistico degli Optic Eye. Un motivo tintinnante di piano elettrico, canti tribali e percussioni tonfanti.


Lato B - Track #3 (16)
Celestialità immacolata, di sicura estrazione euro, per un tappeto di synth increspato da isolati, brevissimi, acuti, vocalizzi femminili, quasi delle grida innocenti.


Lato B - Track #5 (18)
Rara incursione della MH in qualcosa di vagamente rock. Frasi serrate di basso e batteria, droni di didjeridoo in sottofondo, qualche folata di synth ed un vocalist monotono, esplicitamente arrabbiato, per qualcosa a metà fra lo space-rock ed il post-punk. Prima o poi scoprirò chi furono questi avventurieri....

Lato B - Track #6 (19)
Collage allucinatorio di consistenza stratificata, su una base rallentatissima, dove convivono almeno 4 fonti differenti che si accavallano. Notevolissimo quanto disorientante.
 

Lato B - Track #7 (20)
La base dovrebbe essere dei Cranioclast di Ration Skak, ma il responsabile dell'output ci ha buttato sopra un'altro collage sonoro degno del precedente (facile che fosse la continuazione del mixtape).


Lato B - Track #8 (21)
Il vortice allucinato delle due tracce precedenti sfuma in un loop onirico e sognante, un flauto-synth celestiale produce una suadente ipnosi. 


Lato B - Track #11 (24)
Un minuto da brividi: un (probabile) feedback di chitarra modulato tipo fischio ventoso, doppiato nel finale da una sirena. Troppo breve per essere vero.


Completavano la C-90 questi altri artisti: Orb, Cranioclast, Optic Eye, Seefeel, Syllyk, Sigillum S, Lory D, Drug Free America, Irresistible Force, Pet Shop Boys, Grid, Spritualized, Mickey Hart, System 7, Current 93, Future Sound Of London e Kraftwerk. 
Qui c'è il post originalmente apparso su TM#1, che fino a quando era possibile avere le statistiche di Mediafire aveva guadagnato n. 64 downloads.

Segue vol. 3....

venerdì 31 maggio 2019

Scarti da TM #46

Beach House - 7 (2018): Svanito da un pezzo l'effetto sorpresa, i BH continuano col loro stampo perfetto ed incorruttibile. Le tastiere elettroniche però ormai sono preponderanti, l'effetto è gradevole ma le grandi songs scarseggiano e soprattutto Victoria canta senza le impennate di un tempo, quasi fosse "narcotizzata". 6,5/10

Rifle Sport - Primo (1990): Un Todd Trainer penalizzato dalla produzione '80, nonostante la provenienza indipendente (che va da sè, fu deleteria anche per gli Husker Du), in un post-hardcore con commistioni interessanti, alla Mission Of Burma ma con riflessi post-punk-wave ben diffusi. Se avessero continuato forse sarebbero arrivati al capolavoro, magari registrato da Steve Albini. Ma finì qui. 6,5/10

Simple Minds - Empires And Dance (1980): Sofisticatissimi e ricercati, questi erano i SM al terzo. Non più genuini come nel primo, non ancora ruffiani come in New Gold Dream. Con un Jim Kerr monocorde, un suono glaciale, una produzione cunicolare, e ben poche impennate melodiche. Non era la loro area migliore, diciamo. 6/10

Khun Narin ‎- II (2016): Ero impazzito per il loro primo album, e svanito l'effetto sorpresa, resta un po' di noia. Certo la formula è limitata, e probabilmente non avranno altro da dire. Un'ascolto sempre gradevole, ma alcuni pezzi sono tirati un po' per le lunghe. Molto credo dipenda anche dall'umore in quel particolare momento....6,5/10

Spacemen 3 - Sound of Confusion (1986): Non ho speranze, non potrò mai farmi piacere gli S3, neanche nel primo che contiene dinamiche a loro dopo sconosciute ed una grinta che si scorderanno rapidamente. Ma basti pensare a quante cover ci sono qui per ribadire il mio concetto base....i Loop se li mangiavano come un paninino. 6,5/10